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La mia passione
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 MessaggioInviato: Mer Lug 02, 20:30:29  La mia passione
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COS'E' L'AIKIDO
AI = Armonia, Unione
KI = Spirito, Energia
DO = Via, Cammino

L'AIKIDO è un'arte marziale giapponese che
insegna a difendersi efficacemente da attacchi portati
da una o più persone.

L'AIKIDO è adatto a tutte le età, in quanto la sua
efficacia non dipende dalla prestanza fisica ma da
coordinazione di movimenti, intuito e una corretta
esecuzione delle tecniche.
L'attacco viene neutralizzato senza entrare in
opposizione o creare un contrasto con la persona ma
guidando e sfruttando la forza stessa dell'avversario
per immobilizzarlo tramite leve articolari e controlli
in punti dolorosi del corpo o proiettandolo distante.

L'AIKIDO è un'arte marziale razionale, ogni
movimento è fine a se stesso, ha un significato ed
una spiegazione logica. Tra le altre cose insegna a
conoscere profondamente il proprio corpo, allena la
mente a trovare la giusta via per rispondere ad
attacchi nel minor tempo possibile e con il minimo
sforzo. Dà un arricchimento a livello fisico e mentale
che può essere utile quotidianamente, nei rapporti
interpersonali, nel lavoro, ecc.

In AIKIDO, a differenza delle altri arti marziali, non
esistono distinzioni di sesso o suddivisioni per
categorie di peso, né gare o competizioni.

Uno degli insegnamenti principali del fondatore
sull'AIKIDO, è riposto in questa frase:



"LA PIU' GRANDE VITTORIA E'
LA VITTORIA SU NOI STESSI."
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 MessaggioInviato: Mer Lug 02, 20:38:35  
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    IL FONDATORE
    Morihei Ueshiba

    Il Maestro Morihei Ueshiba nasce il 14 dicembre 1883 a Tanabe, che si trova nella prefettura di Wakayama, quarto genito e unico maschio di 5 cinque figli di un contadino benestante e funzionario del locale consiglio comunale.

    Tra i 7/8, per la sua fragile costituzione e la sua salute cagionevole, Ueshiba preferisce chiudersi in casa e studiare le antiche scritture cinesi sotto la guida di un prete Buddista: pensava di diventare un monaco Buddista.

    Per rafforzare la costituzione del figlio il padre lo spinge al nuoto e al Sumo: l'aggressione che il padre di Morihei subisce poco dopo, gli fa cambiare idea e si dedica soltanto alle Arti Marziali.

    Nel 1900, finiti gli studi, lavora prima alla Pubblica Amministrazione, poi si trasferisce a Tokyo dove, un anno dopo, inizia il Tenjin Shin'yo-ryu Jujutsu mentre intraprende un'attività commerciale in proprio.

    Nel 1903 si sposa e poi arruola nell'esercito. Dopo essersi distinto in questo ambiente, nel 1906 si congeda dall'esercito e torna a casa. Studia il Judo nel suo granaio e impara lo stile Kodokan.

    Nel 1915 incontra Sokaku Takeda (Maestro della Daito Ryu (aiki)Jujutsu): questo incontro getterà le basi per quello che diventerà poi l'Aikido.

    Dal 1917 al 1922 è un susseguirsi di gioie e di dolori: muore il padre, nasce il primo figlio, nasce e muore il secondo figlio, muore la madre.

    Si accosta allora alla religione Omoto e alle sue tecniche di chiukan kishiu (calmare lo spirito e ritornare ad uno stato divino).

    Poco dopo riesce ad aprire l'Accademia Ueshiba il cui dojo occupava parte della stessa casa del Maestro.

    Nel 1925 fa una dimostrazione per l'allora Primo Ministro nipponico di quella nuova forma di Arte Marziale che si differenzia per l'abilità tecnica delle varie discipline e per la profondità spirituale con la quale esse vengono affrontate.

    Nel 1926 insegna alla Corte Imperiale e al Ministero della Casa Imperiale, mentre nel 1931 insegna anche all'accademia della Polizia.

    Dal 1930 al 1940 si dedica allo studio e all'approfondimento della Sua arte, che dapprima si chiama Aiki-Budo e che nel 1941/42 divenne definitivamente Aikido.

    Nel 1933 pubblica il libro "Budo Renshu", mentre nel 1938 è la volta del manuale tecnico "Budo".

    Dal 1950 viaggia per il mondo per diffondere la Sua nuova arte fino a quando non si spegne il 26 aprile 1969.

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 MessaggioInviato: Mer Lug 02, 20:42:31  
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In questo mondo, nessuna cosa proviene dall’invenzione dell’uomo.
Le conquiste nascono per l’intuizione dell’uomo che, osservando la natura, trae delle considerazioni, cercando di imitarne il comportamento.

L’Aikido non è così un’invenzione del giapponese o del cinese, in quanto uomini; è invece il risultato di un’analisi-ricerca effettuata da alcuni che, più dotati di altri, - interpretando il mondo che ci circonda - hanno gettato le basi per cercare il miglioramento della vita.

A tutti sarà capitato di osservare un fiore che, schiacciato da un masso riesce ad aggirare quest’ultimo e venire alla luce.
Orbene, se un essere così infinitesimo riesce a vincere un’avversità così grossa, significa che il primo ha canalizzato l’energia, di cui dispone, per cercare la vita.
Questa energia è così diventata più potente del peso del masso.

La vita, o meglio il desiderio della vita, è la più importante delle energie degli esseri viventi. Per questo è essenziale conoscere in che forma esso si manifesta.

Un abete che si erge “rigido” per conquistare il sole, viene facilmente spezzato da una raffica di vento o dal peso della neve.

Un salice “piegandosi dolcemente”, adattandosi cioè al vortice dell’aria o facendo scivolare la neve, sopravvive alle avversità.

I principi dell’Aikido si ispirano quindi al comportamento della natura: all’acqua che si espande ove vi è spazio e si stringe per attraversare un cunicolo; al fuoco che sale vertiginosamente se alimentato o vive quietamente sotto la brace; al vento che attanaglia l’ostacolo o, dolcemente, rincorre una foglia. Tutto ciò senza mai esservi né lotta, né opposizione, né agonismo, né rivalità.

Le tecniche dell’Aikido insegnano così che la forza fisica è vinta sempre dall’elasticità, dall’adattamento, dal non opporre, quando non necessario, una resistenza. Ma sono anche un modo di comprendere che “l’esistenza” dell’essere è sempre unita alla sua “coesistenza” con gli altri. Perché l’arte del vivere è legata al saper navigare, non a scontrarsi per fare la guerra.

L’Aikido rimane comunque un’arte marziale tra le più raffinate ed efficaci, ma pur sempre una sommatoria di colpi, molte volte durissimi, che hanno il compito di difendere o difendersi da un’aggressione.

L’aspetto determinante di questa disciplina tuttavia, è che essa assomma, più che in ogni altra, qualche cosa di spirituale, di elevato, di morale che induce alla lealtà, alla rettitudine, all’onestà, al rispetto, all’abolizione di ogni conflitto.

Le tecniche diventano così non un fine ma un mezzo, per conoscere se stessi, per misurarsi con il prossimo e comprendere come vivere, come essere uomini. Per sentirsi, in altre parole, uniti agli altri, non solo sul tatami, ma per affrontare, assieme, anche le avversità quotidiane.

Colui che, per una falsa interpretazione sulle finalità dell’Aikido, volesse utilizzare le sue tecniche per soddisfare la propria pulsione aggressiva per primeggiare, per sentirsi forte, per combattere senza senso, non andrebbe molto avanti nell’esercizio di quest’arte.

L’Aikido non è così uno sport ma è una disciplina interiore, una filosofia che serve a fare affiorare nell’uomo le sua qualità migliori, la calma, la serenità, lo slancio vitale, la fiducia in se stesso.

L’insieme di tutto questo è così la vera strategia di difesa di colui che pratica seriamente l’Aikido.

Molto spesso ci si domanda perché per raggiungere questo “equilibrio mentale”, sia necessaria un’attività fisica così forte e l’applicazione di movimenti che possono apparire, sotto certi aspetti, così violenti.

Scientificamente è stato dimostrato che solo con una intensa ed equilibrata attività corporea, si possono stimolare i nostri organi interni (cuore, polmoni, diaframma, sistema circolatorio ecc.), per fare si che l’individuo, attraverso un lento processo chimico interno, acquisisca una elasticità, una energia ed un equilibrio psicofisici, tali da ritardare il processo di invecchiamento, attraverso l’adozione di una serenità interiore, che diviene invidiabile.

L’esercizio serio e metodico dell’Aikido porta gradatamente a quanto sopra enunciato. Questa è la ragione per la quale è valido per questa disciplina il detto cinese: “la nascita è l’espressione della flessibilità, la morte quella della rigidità”. Come dire che la vita intesa come gioia e serenità di esistenza (che l’Aikido cerca di trasmettere) è strettamente legata all’elasticità fisico mentale dell’essere.

L’Europa, più romantica, ha coniato un concetto altrettanto valido per esprimerne la filosofia: “la spina protegge la rosa, fa male solo a chi vuole danneggiarlo”.

Come dire: non molestare chi seriamente pratica quest’arte, ma avvicinati alla stessa con rispetto, per trarne amicizia e lealtà.


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bushido


Con il termine "bushido" che vuol dire "via del guerriero" (bushi= guerriero do= via), si intende un codice comportamentale che i samurai di dettero per disciplinare la loro casta.

Questo codice venne messo per inscritto da Tsuramoto Tashiro che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunemoto (1659-1719) nel famoso testo Hagakure che significa "all'ombra delle foglie".

Nel bushido si trovavano elementi zenisti e scintoisti. La formazione del samurai ideale fu il risultato di varie componenti, religiose, filosofiche, sociali, che interagirono determinandone le regole da seguire. Sarà proprio il buddismo zen a rendere lo spirito del samurai forte come la sua spada. Il samurai doveva dimostrare impassibilità e autocontrollo in tutte le circostante e per questo si allenava per anni. Grazie allo zen il samurai imparava ad avere padronanza assoluta di se stesso in qualsiasi situazione; lo zen insegnava molte altre cose al samurai, come la magnanimità verso i deboli, i vinti, scrivere poesie o semplicemente ritirarsi a bere del tè (cha).
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IL CODICE DEL GUERRIERO

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BELLO!!!!!!!!!!
L'UOMO CHE DA VITA ALLE SUE PASSIONE E' EGLI STESSO L'ESSENZA DELLA VITA....
BELLO
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I RONIN
Ronin, letteralmente "Uomini Onda", coloro che non avevano più padrone, sede e legami fissi. Questo tipo di samurai aveva una doppia natura, da una parte era un guerriero errante disposto a lavorare per chiunque lo pagasse, dall'altra poteva arrivare ad unirsi ad altri come lui e creare scompiglio nei villaggi saccheggiandoli e creando confusione. Pur continuando a fare parte dell'elevata casta dei samurai i ronin potevano mettersi al servizio del popolo, insegnando arti marziali e di guerra, facendosi assumere come guardie del corpo (yojimbo), oppure difendendo il villaggio da aggressioni esterne.
Se un samurai uccideva un ronin non doveva temere nessuna vendetta e questo rese i ronin una facile preda dei samurai più potenti, i quali nutrivano anche un certo disprezzo per questi guerrieri erranti.


Durante il periodo Tokugawa i ronin aumentarono considerevolmente, conseguenza della soppressione di molti feudi; per il loro spirito autonomo e bellicoso contribuirono alla disfatta del governo Tokugawa, confermandosi guerrieri abili e temibili persino dal più valoroso e potente samurai.

Nel X secolo il termine ronin andava a indicare i contadini che per evitare tasse troppo onerose abbandonavano le loro terre per trasferirsi in regioni non ancore sottomesse dall'autorità o dai monasteri buddisti.



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 MessaggioInviato: Gio Lug 03, 21:34:14  
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I 47 Ronin

Storia dei valorosi d' Ako.
Famosa storia di 47 samurai al servizio di Asano, Signore di Ako. Nel 1701 Asano, oltraggiato da Kira, un nobile della corte dello Shogun di Edo, in un impeto di collera lo ferì all'interno del palazzo shogunale. Per aver violato le regole di corte lo shogun Tokugawa Tsunayoshi costrinse Asano a fare seppuku. Dopo la morte del oro padrone i 47 guerrieri suoi fedelissimi, organizzarono una spedizione punitiva per vendicare il loro Signore, attesero per più di un anno, pianificando l'operazione. Il 14 dicembre 1702 attaccarono la residenza di Kira e lo uccisero senza lasciarsi catturare. Lo shogun però ordino loro di fare seppuku come da legge, il 4 febbraio 1703 i suoi fedeli samurai si riunirono al loro amato padrone.
Furono degli eroi per il popolo, simbolo di lealtà, coraggio e onore. Ogni anno sulla tomba dei "47 ronin", situata nel giardino del Tempio Sengaku-ji a Tokyo, i giapponesi arrivano da tutta la nazione per deporre dei fiori in ricordo del loro eroico sacrificio.
Grazie al cinema, teatro e letteratura questa vicenda è diventata popolare in tutto il mondo, caratterizzando in se stessa il vero spirito del bushido.

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 MessaggioInviato: Gio Lug 03, 21:37:31  
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Minamoto Yoritomo (1191), il fondatore dello shogunato di Kamakura, dettò alcune regole che rimasero fondamentali per i samurai, alla base di queste regole c'erano devozione e lealtà da parte del samurai al proprio signore. Questo rapporto legava entrambe le figure, il samurai si impegnava a servire il superiore il quale a sua volta lo ricompensava con un possedimento fondiario, chigyochi.
Durante il x secolo la cerimonia di investitura da vassallo e signore era centrata su un giuramento che nel periodo Kamakura viene trascritto su un rotolo, kishomon. Il kishomon dopo essere stato compilato veniva bruciato e sciolto in un liquido che il samurai beveva, in questo modo il bushi interiorizzava sia materialmente che simbolicamente il patto che aveva fine solamente con la morte da parte di uno dei due contraenti. Il legame che univa i due era talmente forte che quando un signore moriva, molti dei suoi samurai si suicidavano per seguirlo anche nell'aldilà. Questa usanza veniva chiamata junshi e venne vietata per legge dopo che interi clan di samurai si suicidarono, non sparì però completamente. Uno degli episodi più famosi è senz'altro quello dei 47 ronin che si uccisero dopo avere vendicato il proprio signore. Gli obblighi del samurai verso il proprio signore erano molti: fedeltà, sottomissione, turni di guardia, fornitura di guerrieri, partecipazione alle spese per il mantenimento del potere da parte del proprio signore, in cambio il signore garantiva protezione, aiuto e ricompense dopo le battaglie.
I principi che legavano il samurai al signore erano fondamentalmente due: giri= dovere e chugi= lealtà, il samurai doveva inoltre possedere saggezza= chi, valore= yu, benevolenza= jin; doveva essere coraggioso e forte ma nello stesso tempo composto e magnanimo, il coraggio era uno degli elementi fondamentali naturalmente. Il samurai era al servizio del Daimyo, Signore di un clan o di una provincia ricco e potente, a sua volta il Daimyo era al servizio dello Shogun (Generalissimo), il quale nominato dall'Imperatore, prima di diventare Shogun era anch'egli un Damyo. Lo Shogun governava in modo dispotico ed autoritario in nome dell'Imperatore, ma di fatto quest'ultimo possedeva solamente una carica onorifica.

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La hakama (袴, hakama?)

è un indumento tradizionale giapponese che somiglia ad una larga gonna-pantalone a pieghe. Originariamente soltanto gli uomini indossavano la hakama, ma oggigiorno viene portata anche dalle donne. Viene legata alla vita ed è lunga approssimativamente fino alle caviglie.

Ha acquisito la sua forma attuale durante il periodo Edo. Era tradizionalmente indossata dai nobili nel Giappone durante il medioevo e in particolare dai samurai; viene spesso erroneamente sostenuto che i samurai usassero questo indumento per nascondere i piedi e quindi confondere l'avversario, ma in realtà il samurai si rimboccava la hakama nella cintura quando stava per combattere, lasciando scoperti i piedi. In seguito è stata utilizzata per proteggere gli abiti dallo sporco.

Esistono due tipi di hakama: divise umanori (馬乗り,, hakama per cavalcare?) e non divise gyōtō hakama (行灯袴, gyōtō hakama?). Le umanori sono divise come gonne-pantaloni, le gyoto hakama sono invece tecnicamente delle gonne vere e proprie. Esiste poi un terzo tipo di hakama chiamata hakama da montagna o hakama da campo, più larga al punto vita e più stretta alle gambe, che in passato veniva indossata dai contadini o da chi lavorava nelle foreste.

La hakama ha quattro cinghie, due lunghe a destra e a sinistra e due corte, davanti e dietro. Il retro della hakama è munito di un supporto rigido chiamato koshi ito che viene inserito nella cintura (obi). Ha inoltre sette pieghe, di cui cinque davanti e due dietro che rappresentano le virtù considerate essenziali dal samurai. Molti praticanti di arti marziali continuano questa tradizione, ma differenti fonti danno diversi significati a queste pieghe.

Oggigiorno, la hakama viene utilizzata in alcune arti marziali come l'aikido, il kendo, il kenjutsu e il jūjutsu. Le hakama utilizzate per le arti marziali sono in cotone, oppure in seta o più spesso in poliestere o in un misto di queste tre fibre. Il cotone è più pesante, mentre le fibre sintetiche scivolano meglio sul suolo e resistono meglio alla scoloritura. L'arte marziale praticata può imporre il colore della hakama. Così, per la hakama dell'aikido è imposto il nero o l'indaco, alcune volte blu elettrico e il bianco per le hakama in cotone. Nelle altre discipline, sono portati altri colori, in particolare il bianco.

La hakama è anche un abito da cerimonia e in questo caso sono in seta. Le donne portano delle hakama intonate con i loro kimono, di colori vivi o a motivi, mentre le hakama maschili sono più spesso a righe. Le hakama da cerimonia sono in seta.

Nel caso di cerimonie shinto, il sacerdote porta una hakama bianca, gli assistenti maschi delle hakama verde chiaro, e le assistenti femminili rosso-arancioni (gli abiti tradizionali rossi sono simbolo di verginità in Giappone).



Le sette pieghe

Le cinque pieghe frontali rappresentano la via dei cinque principi:

Lealtà (signore - vassallo) o fedeltà
Pietà filiale (genitore - figlio) o cortesia
Armonia (marito - moglie) o intelletto
Affetto (amore - indulgenza) o compassione
Fiducia o fede
considerando le pieghe frontali e posteriori:

Jin (benevolenza)
Rei (etichetta e gentilezza)
Gi (giustizia)
Chi (saggezza)
Shin (sincerità) quindi assenza di doppiezza
Koh (pietà)
Chu (lealtà)

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Baci
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