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Il fagiano di Rambo
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 MessaggioInviato: Ven Nov 07, 07:26:43  Il fagiano di Rambo
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  nuvolotta

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Il fagiano di Rambo
Il signor Bortolotto aveva un cane. L'aveva trovato un giorno di ottobre in un fosso. C'era finito dentro chissà come e non era capace di uscire: era un fosso profondo, scavato a macchina, con le rive lisce e dure. L'aveva tirato fuori, l'aveva portato a casa e gli aveva dato...
di Beltistos

Il fagiano di Rambo
di Beltistos
Il signor Bortolotto aveva un cane. L'aveva trovato un giorno di ottobre in un fosso. C'era finito dentro chissà come e non era capace di uscire: era un fosso profondo, scavato a macchina, con le rive lisce e dure. L'aveva tirato fuori, l'aveva portato a casa e gli aveva dato un nome: Rambo. Aveva avuto in cambio riconoscenza ed affetto: da allora il cane aveva deciso di rimanere con lui. Quel mattino, stava guardando il signor Bortolotto con l'espressione tipica di chi aspetta una parola: orecchie dritte, occhi attenti a seguire ogni movimento. Aveva intuito qualcosa ed attendeva solo il via.

Di colpo, aveva cominciato a saltargli intorno. Basta smettila sta in là - gli urlava dietro, cercando di allontanarlo col piede. Era come invitarlo a continuare. Il signor Bortolotto aveva una moglie. Era una persona gentile e schiva che si occupava della casa e della famiglia, conducendo un'esistenza tranquilla, un po' monotona, ma per lei soddisfacente. Quel mattino, la signora Bortolotto stava sulla porta di casa e guardava il marito che, stivaloni di gomma ai piedi e fucile in spalla, le aveva annunciato, mentre si allontanava insieme al cane: «Faccio un giro in campagna col Rambo. Provo a prendere qualcosa». Sorrideva e scuoteva la testa. In effetti, il signor Bortolotto aveva la passione della caccia anche se la parola passione era troppo grossa.

L'aveva ereditata dal padre e dal nonno quando li seguiva nelle loro uscite venatorie, sfangando per terre arate o per stoppie bianche di brina dopo aver percorso chilometri in bicicletta col naso e le mani gelate: ma quelli erano tempi in cui le lepri e i fagiani non mancavano. Vedere una coda lunga volare via spaventata, sentire un frullo di ali possenti ed il tonfo per terra dopo lo sparo, era frequente, anche assistere ad una corsa veloce di una macchia di pelo rossiccio, con le orecchie ripiegate sulla schiena, sentire il guaire del cane e vedere la giravolta della lepre colpita era una scena comune. Col tempo, scomparso il nonno e lasciata la bicicletta per l'automobile, andava a caccia col padre, ma mai la sua passione aveva toccato vette eccelse, piuttosto era rimasta un fuoco di legna sottile.

Adesso, che di lepri sembrava essersi persa la specie e che di fagiani esistevano solo quelli di allevamento, era il cane che teneva viva in lui la passione. Al cagnaccio quelle battute per modo di dire e quei fagiani che sapevano di pollaio piacevano: percorreva per intero un fosso pieno di rovi finché l'uccello non era costretto a scappare via, annusava in aria e si metteva regolarmente dalla parte in cui il vento poteva portargli gli odori, seguiva con gli occhi un fagiano in volo e lo rincorreva per saltargli addosso non appena toccava terra. Era brutto il cane del signor Bortolotto, un bastardo, un meticcio, bianco e nero, dal muso corto e dalle orecchie mal attaccate alla testa, goffo nel modo di camminare, sgraziato nel modo di fermare: teneva tutte e quattro le zampe a terra, formava con la coda una strana piega all'insù, rimaneva in posizione per meno di dieci secondi dopo di che partiva con un balzo e, se il fagiano era svelto, salvava la pelle altrimenti pace.

Il Rambo usava tecniche venatorie indiscutibilmente efficaci: alla fine della stagione aveva ucciso più fagiani lui del padrone.

Il fatto è che quando il cane era in ferma, al signor Bortolotto veniva in corpo di tutto: sudava, sbiancava, respirava a fatica, col fiatone, col cuore in tumulto e il fucile tra le mani che ballava come un lenzuolo steso. Era indubbio che il signor Bortolotto provasse qualcosa, dopotutto il sangue non è acqua, e la moglie lo sapeva. Per questo motivo allannuncio del marito circa le sue intenzioni per la mattina, aveva risposto: «Ci sarebbe un po di frutta da raccogliere Sai che a me non piace salire sulle scale in alto». Una frase che, parafrasando, significava: «Resta a casa che è meglio».

Anche il signor Bortolotto sapeva tutte quelle cose: quante volte aveva sperato di non incontrare niente per non fare brutte figure al momento del dunque, quante volte aveva ringraziato il Padreterno di avergli messo sulla strada un cane bravo anche come cacciatore, in grado di risparmiargli le figuracce e le battute ironiche, un po' scontate, degli amici. Chissà perché nei suoi fagiani non troviamo mai i pallini. Oggi non ha preso niente perché è domenica e i negozi sono chiusi.
Per Dio, anche lui voleva dimostrare qualcosa. Possibile che non fosse capace di tenere la calma qualche secondo in più per prendere la mira? Sì, perché se qualcosa scappava all'improvviso tanto da non avere il tempo di emozionarsi, faceva delle fucilate oneste. Era la ferma, era il verso, quel maledetto verso che usciva dalla gola del bastardo, quando stava per scovare, che gli faceva perdere il lume e saltare gli equilibri.

Era addirittura arrivato ad incolparlo di non essere un segugio, almeno quello non fermava: «La prossima volta che trovo un cane, se è da ferma, lo lascio dov'è, parola mia». Animato da questi pensieri di rivalsa, il signor Bortolotto aveva passato il fosso che gli consentiva di raggiungere la zona di caccia, aveva tolto il fucile dalla spalla e lo teneva con entrambe le mani, pronto. Era una giornata di autunno avanzato, pieno di guazza pesante e di bruma, col sole appena segnato nel cielo, incapace di farsi strada tra tanto grigio. Il cane finalmente si era calmato e correva avanti ficcando il naso in ogni luogo che riteneva valido: conosceva il suo mestiere, lui. Di fronte si apriva una piana di granoturco, tagliato solo in parte e sulla sinistra un rivale di platani piccoli che costeggiavano un fossato, ottimi posti per la selvaggina. Con metodo aveva fatto passare le stoppie senza trovare niente, ma raggiunto il granoturco aveva capito che c'era qualcosa: il cane aveva assunto un comportamento diverso, aveva aumentato la velocità di cerca, di tanto in tanto alzava gli occhi e si guardava intorno, saltava tra i gambi tagliati, la coda che turbinava.

Nel preciso momento in cui il signor Bortolotto aveva sentito il verso, quel suono stridulo che si fermava nella strozza, la sua sicurezza era svanita, le sue intenzioni erano scomparse, sciolte come neve al sole, le gambe erano diventate molli e il fucile si era messo a ballare. Il Rambo era sparito nei primi filari e guaiva in lontananza: alla fine il fagiano era uscito, ma fuori tiro, un tenebroso con mezzo metro di coda, quasi a deridere tutti quanti con il suo grido roco. Il maschio era stato infilato, ma da buon corridore, era fuggito e senza farsi fermare era partito all'ultimo istante.


Tre secondi dopo era apparso il cane: non appena fuori dal granoturco aveva guardato dove il pennuto si era diretto, l'aveva individuato ed ora lo stava inseguendo Il fagiano aveva spinto nei primi metri, poi si era messo sull'ala, era volato parallelo al rivale, l'aveva superato e poi, con un rapido uncino, si era infilato fra i platani ed ora stava schiacciato a terra, ansante, vigile.

Non è colpa mia, se non l'ho preso, non ho neppure sparato - pensava l'uomo, mentre si avvicinava. Intanto richiamava il cane che, sullo slancio, era andato troppo avanti, incoraggiandolo ad una nuova cerca con un'energia ed una sicurezza che in realtà neppure lui si sentiva dentro.
«Rambo qua, bello qua guarda». Rambo era sceso sul fondo del fosso, l'aveva percorso fino alla fine ed ora stava ritornando dalla parte opposta a quella in cui si trovava l'uomo, perché era là che bisognava stare, per via del vento. E poi di nuovo il verso, una volta sola, di nuovo la pelle d'oca sulla nuca e sulle braccia: riusciva a vedere il dorso del cane, rigido e teso. Gli erano bastati meno di tre minuti per ritrovare il pennuto e lo stava fermando. Il signor Bortolotto aveva abbastanza esperienza da sapere dove mettersi, si era perciò allontanato dalle piante arretrando di qualche passo per avere una visuale più ampia dall'altro lato attraverso un'apertura tra le foglie, ma rimaneva pieno delle sue ambasce, cercava di tirare lunghi respiri perché adesso toccava a lui.

Ormai il tempo che il cane metteva a disposizione stava per scadere: un balzo ed ecco il rumore delle ali che urtavano le frasche, di nuovo il grido del maschio che si alzava. Fatta una virgola per evitare un ramo, il fagiano si allontanava proprio davanti al signor Bortolotto. Aveva alzato il fucile e poi aveva sparato, niente, aveva sparato ancora e sì, col secondo colpo macché era là che andava come un treno. Rambo era già al suo inseguimento. Il cane l'aveva poi scovato una terza volta, il signor Bortolotto l'aveva mancato per la seconda. Il tenebroso, però, aveva aperto le ali subito dopo il colpo: «Ti ho preso, ho visto, cadi, maledetto, cadi». L'aveva seguito con gli occhi, pieno della speranza di vederlo andar giù, ma il volatile aveva continuato senza deviare, le ali aperte ed era sparito nella foschia senza sole.

Il signor Bortolotto, a caccia, aveva visto i suoi sogni infrangersi ancora una volta contro la dura realtà, capiva che il cane l'aveva mandato al diavolo dal momento che gli si era messo dietro e non mostrava alcuna intenzione di cercare ancora. Lo sentiva dire: «Io ho fatto il mio dovere, tu no. Impara, stupido, o smettila». Proprio come la moglie.

Aveva rimesso il fucile a tracolla e si era diretto verso casa, deluso e amareggiato. Aveva perso. Era rientrato in silenzio, guardando verso terra, con la testa incassata tra le spalle, quasi curvo per farsi piccolo. Sarebbe sprofondato. Mentre camminava tra i suoi alberi da frutta, la moglie gli era venuta incontro con un fagotto scuro tra le mani, l'espressione sorpresa e il sorriso sulla bocca: «Guarda cosa ho trovato davanti alla porta di casa. E' piovuto dal cielo, qualcuno deve averlo ferito, chissà da dove veniva». Era un fagiano tenebroso, con una bella coda lunga. In quell'istante tra le nuvole comparve il primo raggio di sole della giornata..
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Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
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