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Un treno, un ricordo
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 MessaggioInviato: Ven Nov 07, 07:28:17  Un treno, un ricordo
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  nuvolotta

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Un treno,
un ricordo
Era di nuovo un pomeriggio noioso e inconcludente: profondamente negativo. Che fare?
Forse riprendere tavolozza e colori ma non avevo l'ispirazione; avrei potuto restaurare qualcuna delle mie cose antiche no...
di Luciano Cigognetti


Un treno, un ricordo
di Luciano Cigognetti
Era di nuovo un pomeriggio noioso e inconcludente: profondamente negativo. Che fare?
Forse riprendere tavolozza e colori ma non avevo l'ispirazione; avrei potuto restaurare qualcuna delle mie cose antiche no, proprio non ne avevo voglia!
Una melodia lontana mi rammentò la romanza lirica che ero solito cantare ma in quel cupo stato d'animo la gola era come ostruita. Anche volendo, non avrei potuto completare l'ultimo gioiello per mancanza di oro; in lista d'attesa c'era anche la sistemazione procrastinata delle collezioni nel mio museo privato.

Ma non riuscivo proprio a trovare qualcosa che mi attirasse! Rimasi a lungo a fissare nel vuoto: finalmente, seppure senza entusiasmo, mi costrinsi ad uscire di casa; dopo qualche esitazione, m'incamminai svogliatamente verso i giardini sperando che il contatto con la natura riuscisse a sollevarmi da quello stato di abulia, apatia, astenia! Nel mio lento girovagare, giunto in una zona appartata del parco, notai un uomo seduto su una panchina: le spalle curve, ripiegato sui gomiti appoggiati alle ginocchia, con le mani che reggevano il capo chino verso terra.

Portava abiti larghi e logori, scarpe di tela e un cappellaccio; accanto aveva una valigia sformata e stinta, legata con una vecchia cintura. Mi fermai colpito: istantaneamente quella triste scena di vita grama e di desolata rassegnazione mi fece rivivere un episodio di molti anni fa che, avendomi provocato un forte coinvolgimento emotivo, era ancora vivo nella memoria.

Quel mattino di novembre, come altre volte, avevo dovuto balzare dal letto assai presto, prepararmi in fretta e furia e, ancora assonnato, correre nel buio per ottenere un passaggio sul treno che mi avrebbe portato a Milano ove studiavo. La vecchia stazione di Mantova era pressoché deserta e, anche se erano quasi le sei, sembrava ancora notte fonda: le deboli luci giallastre rendevano più tetre le già incombenti sagome delle pensiline di scura lamiera smerlata. Nel vuoto e freddo scompartimento dai duri sedili di legno, cercai di rannicchiarmi nel minor spazio possibile; la nebbia umida che ovattava i rumori, insinuandosi nelle ossa intorpidiva la mente ed il corpo, già comunque adagiati in un placido dormiveglia.

Ad occhi chiusi, con il soprabito appeso al gancio e tirato sulla faccia, cercavo difendermi dagli indisponenti fasci luminosi delle lampade, che ostinatamente volevano impedirmi di pisolare. Beatamente cullato dal ritmo cadenzato e monotono delle ruote sulle rotaie ero riuscito ad estraniarmi dalla realtà, finché alla seconda o terza fermata, il pesante portellone esterno si aprì rumorosamente e, assieme alle folate di nebbia mista al fumo della locomotiva, mi giunse uno strano olezzo campagnolo. Schiudendo un poco gli occhi, vidi introdursi nello scompartimento delle grosse valigie: i proprietari apparvero solo quando, spingendole avanti, riuscirono a salire anch'essi.

Quasi per magia, le valigie - o per meglio dire i contenitori cartonati, sdruciti e macchiati, legati con spago - e i pacchi e fagotti, sparirono all'istante. Stupefatto e perplesso, decisi di svegliarmi del tutto; poi, incuriosito, cominciai a guardare attorno in una specie di caccia al tesoro.

Un treno, un ricordo
Riuscii presto ad individuare tali bagagli, sistemati qua e là sotto i sedili o sui portapacchi a liste di legno, alti sopra le panche: stranamente non erano in corrispondenza dei villici, bensì dove stavano prendendo posto le altre persone che a poco a poco erano salite. Queste ultime apparivano troppo normali per destare la mia attenzione che invece era stata subito catturata dagli uomini-valigia.

Essi erano prevalentemente donne, zotiche e sfatte, che come gli uomini indossavano lisi giacconi di finta pelle e grossi scarponi, ma si distinguevano per le forcine nei capelli, alcune per le sottane. Già altre mattine, dal finestrino, li avevo intravisti mentre salivano sul treno, ma non erano mai capitati nel mio scompartimento; ora che li osservavo da vicino, sentivo nascere in me un senso di commiserazione per il loro strano aspetto che rivelava una vita ricca di difficoltà. Venni a sapere che ogni giorno si recavano a Milano per cercare di vendere polli e uova appena colte: ne erano stipati i pacchi e le valigie che avevano sparpagliati strategicamente.

Quel mattino però era andata male: assieme al controllore, che era solito chiudere qualche occhio, era passato un ispettore con tanto di treccia dorata sul berretto, che li aveva multati. La sera, accanto a me sul treno del ritorno, due di loro ne parlavano con tono avvilito ma anche risentito: pur riconoscendosi in torto per il trasporto irregolare, ritenevano quella multa crudelmente esagerata. Asserivano che l'ispettore avrebbe dovuto tener conto della loro condizione di povera gente che, in fondo, non arrecava danno ad alcuno: il modesto guadagno ottenuto compensava scarsamente le loro fatiche quotidiane!

Quelle amare considerazioni e i dialoghi pervasi di fatalistica rassegnazione mi rattristavano sempre più: pensavo ai loro sacrifici e alla misera esistenza che traspariva dall'abbigliamento e dai volti pensavo alle ingiustizie della vita! Dalle panche contigue un gruppo vociferava con il tono vivace, a volte sboccato ed altre bizzarro, caratteristico del rozzo linguaggio di campagna. Vi era un tipo goffo, alto e corpulento, che appariva un po' brillo: con frasi in dialetto e talvolta sconnesse, raccontava alcuni episodi in un modo così grossolano e spontaneamente ingenuo che a stento riuscivo a trattenere il riso.

Dall'altro lato alcune donne trassero da un borsone uno strano fagotto: quando fu aperto vidi che conteneva del pane; subito dopo apparvero dei cartocci con parecchi cachi, flaccidi e spappolati, che offrirono anche ai colleghi. Le vidi succhiare quei frutti con avida bramosia e palese soddisfazione, incuranti delle gocce che colavano dal mento e tra le dita verso il polso, talvolta sui vestiti: alla fine qualche rapida leccata alle mani concluse il lauto banchetto. Dopo aver appallottolato e fatto sparire gli involti, tre donne decisero che, anche se quella sera mancava la quarta, non era il caso di rinunciare alla quotidiana partita a carte.

Un treno, un ricordo


La più disinvolta salì sul sedile e tirò giù dal portapacchi una valigia, un po' concava ma larga: era il tavolo da gioco, poi comparvero le carte e, a lato, piccole pile di soldi metallici. Nessuna mostrò disagio o avvertì come problema il maneggiare le carte, mischiare e distribuire, con le mani che, ancora attaccaticce di cachi, trattenevano briciole di pane. Mentre il treno procedeva sferragliando, l'ambiente si era riscaldato e rivoli di gocce scendevano rigando i vetri appannati; il paesaggio, inghiottito nel buio della sera, solo a tratti era punteggiato dai lumi di qualche remota cascina.

I vari gruppetti parlavano contemporaneamente, cosicché i loro discorsi si ingarbugliavano; ogni tanto dal vocio confuso uscivano veementi accenni alla carognata del mattino, accompagnati da ben distinte bestemmie e trivialità. C'era chi sinfervorava in accese discussioni su argomenti politici o eventi sportivi, a volte intercalate con qualche salace o buffo proverbio campagnolo che non avevo mai udito. Stanche di chiacchiere e pettegolezzi, alcune donne pensarono di stare più comode con i piedi appoggiati sulla panca di fronte: per non apparire ineducate, si tolsero gli scarponi, poi distesero piacevolmente le gambe protette da lunghe calze scure e spessi calzettoni fatti coi rimasugli di lana.

Il treno avanzava trascinandosi stancamente; solo a tratti, per attestare il persistente vigore, si lanciava baldanzoso in una corsa sfrenata, rumorosa e sconquassante, mentre il potente fischio squarciava il riposo della campagna assopita, perdendosi lontano. Le scenette, i dialoghi ed i personaggi in quell'insolita atmosfera, mi avevano suscitato una ridda di sensazioni contrastanti relative a quel modo di vivere, così spontaneo e semplice ma anche misero e squallido. Mi ricordavano i soggiorni in montagna ove mi avevano colpito le abitudini degli uomini: dopo una giornata di duro lavoro, essi non chiedevano altro alla vita che qualche bicchiere di vino ed una partita con gli amici all'osteria!

Mentre ero immerso nel turbine inquieto dei miei pensieri sulle disuguaglianze sociali, sulle difficoltà e angustie quotidiane, sul senso e il fine dell'esistenza umana le stridenti fermate riconsegnarono gradatamente i viaggiatori ai loro paesi ormai addormentati. Come gli altri vagoni, a poco a poco anche il mio scompartimento si vuotò, lasciandomi turbato e solo: nella nebbia che le scialbe luci dei lampioni si sforzavano di penetrare, scesero le ombre stanche degli ovaioli che svanirono nel buio.

Poi il vecchio treno, arrancando e sbuffando, ripartì verso Mantova in un'atmosfera quasi irreale e nel silenzio della notte rotto appena dal fioco bagliore dei fari e dal lugubre canto delle rotaie. Un fischio improvviso e prolungato mi scosse riportandomi bruscamente alla realtà: un moderno convoglio ferroviario stava sfrecciando sul terrapieno a fianco dei giardini. Come risvegliandomi da un sogno le immagini svanirono d'incanto e lo sguardo tornò a fissare la panchina: l'uomo non c'era più.
Lo vidi in fondo al viale, con la sua pesante valigia, allontanarsi a passo incerto e sparire..
_________________
Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
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