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'Il 2011 non sia falsa alba dei diritti umani'
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 MessaggioInviato: Ven Mag 13, 08:22:21  'Il 2011 non sia falsa alba dei diritti umani'
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Il rapporto annuale di Amnesty International

'Il 2011 non sia falsa alba dei diritti umani'

L’Occidente sostenga le riforme in Nord Africa
La richiesta di libertà e giustizia in Medioriente e Nord Africa e la presenza dei social media offrono una opportunità senza precedenti per una svolta a favore dei diritti umani. Lo afferma Amnesty International, presentando il Rapporto annuale, alla vigilia del suo 50° anniversario. “Tuttavia è in corso una dura rappresaglia” e la “comunità internazionale deve assicurare che il 2011 non sarà una falsa alba per i diritti umani”, dichiara Christine Weise, presidente della Sezione italiana dell’organizzazione. “Non si può giustificare il blocco di internet o dei social network”.

Il rapporto – che prende in esame 157 Paesi – sottolinea come la libertà d’espressione sia sotto attacco ovunque nel mondo. Governi come Libia, Siria, Yemen e Bahrein hanno mostrato di usare la violenza per restare al potere. Anche quando i dittatori cadono, le istituzioni che li sostenevano devono ancora essere smantellate. Cina, Iran, Azerbaigian, cercano di impedire analoghe rivoluzioni. “Le grandi potenze hanno chiuso gli occhi per anni davanti alla repressione”, dice Weise. Il vero banco di prova per i governi occidentali “sarà il sostegno alla ricostruzione di Stati che promuovano i diritti umani”, a costo di mettere in gioco l’alleanza con questi ultimi, e la loro disponibilità, come nel caso della Libia, a deferire alla Corte Penale Internazionale i casi delle peggiori violazioni dei diritti umani, quando ogni altro rimedio giudiziario sarà venuto meno. La necessità di una politica coerente di “tolleranza zero” da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti dei crimini contro l’umanità è stata messa in evidenza dalla “brutale repressione in Siria, che ha causato centinaia di morti da marzo, così come dall’assenza di qualsiasi azione comune di fronte alla repressione delle manifestazioni pacifiche in Bahrein e Yemen”, aggiunge.

Nei cinquanta anni da quando Amnesty International nacque per proteggere i diritti delle persone imprigionate a causa delle loro opinioni pacifiche, c’è stata una rivoluzione dei diritti umani. “La richiesta di giustizia, libertà e dignità è diventata una domanda globale che diventa ogni giorno più forte. Il genio è uscito dalla bottiglia e le forze della repressione non potranno ricacciarlo indietro”, afferma Christine Weise, annunciando una delle ultime mobilitazioni di Amnesty International per sostenere l’attività degli attivisti dei diritti umani. ”Persone che non sono famose come Aung San Su Kyi o altri, ma che rischiano ogni giorno e non devono essere dimenticati”.

“Io manifesto per la libertà” è il volume di 25 poster e 25 storie che racconta le campagne di Amnesty International e che celebra i 50 anni dell’organizzazione per i diritti umani. I racconti sono di Alessandro Baricco, Roberto Saviano, Nino Benvenuti, Giobbe Covatta, Carmen Consoli e tanti altri, la prefazione è di Dario Fo e Franca Rame e l’introduzione di Valentina Maran. Tanti gli appuntamenti per il compleanno di Amnesty. Sabato 28 e domenica 29 maggio migliaia di soci e simpatizzanti prenderanno parte alla 5° edizione delle Giornate dell’Attivismo che si terranno nelle piazze e nei locali delle maggiori città italiane per brindare alla libertà. E poi sono in programma mostre, spettacoli, concerti. Un francobollo sarà emesso da Poste Italiane. (B.B.)
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2010, anno importante per i diritti umani

Parla Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia
“A vedere semplicemente i numeri, il 2010 sembra essere stato un anno uguale a quello precedente. Si è torturato un po’ di meno. Si è messo a morte un po’ di più . Una libertà di espressione fortemente minacciata in almeno la metà dei Paesi del mondo. Però al di là di questi numeri, che rendono sempre di meno l’idea dello stato di salute dei diritti umani nel mondo, dobbiamo notare dei fatti importanti che sono intanto la sempre maggiore importanza dei diritti umani consacrata nella decisione del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo , un segnale importante di attenzione del mondo verso i diritti umani in un Paese che ha fatto di tutto per sabotare questo proposito”.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, traccia con Televideo il bilancio dell’ultimo anno nel campo dei diritti umani

“Di anno in anno ci sono sentenze giudiziarie che danno ragione alle lotte dei movimenti per i diritti umani. Il 2010 ha dimostrato che Davide può vincere contro Golia, perché ad esempio l’India è stata costretta a bloccare un progetto di una multinazionale in un territorio sacro nello stato di Orissa e sembrava un Davide completamente disarmato contro un Golia armatissimo e invece quel progetto è stato bloccato. Sempre in India, per la prima volta, è stata fatta qualche timida giustizia in favore delle vittime del disastro ambientale di Bhopal dopo più di mezzo secolo. Ci sono state importanti sentenze del tribunale per la ex Jugoslavia che hanno condannato i responsabili croati e serbi per i crimini commessi durante la guerra dei Balcani. Per quanto riguarda l’Italia, le due sentenze di appello sui fatti della caserma di Bolzaneto, che hanno confermato che qualcosa di grave accadde davvero nel 2001 a Genova, la sentenza d’appello sul sequestro di Abu Omar a Milano, che ha confermato che qualcosa di grave avvenne a Milano nel 2003. In America Latina, nonostante fossero passati decenni, sono stati mandati in prigione i responsabili di crimini gravi durante dittature o governi civili in Argentina, in Perù. Quindi, io vedo dei passi positivi e lo dico perché è bello constatare che la storia del movimento per i diritti umani si incrocia con la storia più grande che è quella del mondo, in cui vediamo che organizzare la mobilitazione rende, funziona, è efficace. Addirittura al punto che, se le persone si organizzano, hanno più potere delle persone che stanno al potere e questo lo stanno dimostrando i primi quattro mesi dell’anno nel mondo arabo”.

Abbiamo visto come siano stati importanti internet e i social media per il diritto di espressione durante le rivolte in Nord Africa e abbiamo visto che la repressione è passata anche attraverso la chiusura di alcuni di questi mezzi. Non sarebbero necessarie delle regole a livello internazionale?
“Sono d’accordissimo, i media coperti dal principio sacrosanto della libertà di espressione e di informazione devono comprendere anche i nuovi media. Deve essere chiaro che come è intollerabile chiudere un quotidiano, una televisione o una radio, è intollerabile anche fare hacke- raggio su un profilo face-book…La comunità internazionale su questo deve dotarsi di strumenti nuovi che riconoscano anche un fatto importante, cioè questa contaminazione fantastica che ad Amnesty piace moltissimo fra giornalismo e attivismo. Le rivolte nel mondo arabo hanno raccontato come i giornalisti usino le nuove tecnologie quando sono su un campo di battaglia e come questi mezzi di informazione diventino poi un riferimento importante per gli attivisti dei diritti umani, quindi un giornalismo che si fa attivismo per i diritti umani era quello che faceva Anna Politkovskaya in modo tradizionale. Però c’è una continuità tra quel lavoro lì, la sua verità e questo movimento di blogger. L’idea che a piazza Tahrir ci fosse il Media center e tutti andavano lì è una cosa fantastica”.

Che cosa possono fare i Paesi occidentali per il rispetto dei diritti umani in Nord Africa e Medioriente dove sono in corso le rivolte contro i regimi locali?
“Quando abbiamo apprezzato l’enfasi data dal Consiglio di Sicurezza Onu alla protezione dei civili abbiamo sperato e continuiamo ancora a sperare che questa comprendesse la predisposizione di corridoi umanitari in entrata e in uscita. In entrata per gli aiuti e in uscita per le persone. Proteggere i civili non vuol dire proteggerli solo in territorio libico e soltanto i libici. Vuol dire anche proteggere le persone che dalla Libia vogliono fuggire. Quindi il concetto di protezione dei civili si deve estendere a tutto il Mediterraneo in questo caso. E poi quello che sta succedendo a Misurata è grave, gravissimo, l’uso di mine anti-carro per impedire l’ingresso al porto, il lancio di bombe a grappolo da missili Grad Ed è ovviamente il pantano in cui si rischia di entrare perché poi, come tutti i commentatori dicono, la battaglia di Misurata è difficile vincerla in questo modo,. Su questo rimaniamo in sospeso chiedendo che ci sia ancora una forte pressione su ciò che resta dell’autorità libica perché cessi immediatamente questi crimini di guerra. Per il futuro c’è un po’ una cartina di tornasole per i governi europei, fare un po’ quello che hanno fatto adesso, politiche di cooperazione che siano basate sui diritti umani. E’ il modo migliore per far sì che i Paesi come la Tunisia e l’Egitto che si sono già liberati dalle dittature, la Libia, quando lo sarà, la Siria se lo sarà, lo Yemen, Bahrein, l’Iran, e tanti altri ancora…. per far chiudere pagina a questi Paesi dobbiamo chiuderla noi con le vecchie politiche di cooperazione su cui si è investito sulle violazioni dei diritti umani per avere sicurezza e stabilità. Siccome quello che stanno dicendo le persone in piazza è che sicurezza, stabilità e diritti umani vanno d’accordo, è su questi che dobbiamo investire. Un’europa che investa in diritti umani”.

Il punto sulla pena di morte...
“I dati mostrano una faccia della medaglia, non entrambe, nel 2010 ci sono state esecuzioni in 23 Paesi che è un numero lievemente più alto dell’anno precedente (18), perché la Bielorussia ha ripreso, perché Hamas a Gaza ha ripreso, Bahrein, Taiwan e un altro Paese che ora non ricordo, però è anche stato l’anno in cui il Gabon l’ha abolita, e l’anno in cui l’Illinois si è avviato a diventare abolizionista e l’anno in cui l’Onu ha adottato per la terza volta con una maggioranza ancora più ampia la risoluzione per la moratoria. Quindi dobbiamo anche vedere il 2010 come l’ultimo anno di un decennio in cui il mondo ha fatto passi straordinari verso l’abolizione della pena di morte. La domanda da qualche anno non è più se la pena di morte verrà abolita, ma quando verrà abolita, e comincia a intravvedersi una risposta, che è: presto”.


La mappa dei diritti umani


Il Rapporto 2011 di Amnesty International documenta restrizioni alla libertà di parola in 89 Paesi, casi di prigionieri di coscienza in almeno 48 Paesi, torture e maltrattamenti in almeno 98 e processi iniqui in 54 Paesi. In 23, hanno avuto luogo esecuzioni di condanne a morte (18 nel 2009).

Tra i momenti più significativi del 2010, Amnesty International ricorda il rilascio di Aung San Suu Kyi in Myanmar e l’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, nonostante il governo di Pechino abbia tentato di sabotare la cerimonia.

Migliaia di difensori dei diritti umani sono stati minacciati, imprigionati, torturati e uccisi in molti Paesi, tra cui l’Afghanistan, Angola, Brasile, Cina, Messico, Myanmar, Russia, Turchia, Uzbekistan, Vietnam e Zimbabwe.

Nel 2010 ci sono stati un peggioramento della situazione dei diritti umani in diversi Paesi quali la Bielorussia, il Kirghizistan e l’Ucraina. Violenze in Nigeria, Ciad, Colombia, Iraq, Somalia,Sudan,Repubblica Democratica del Congo.

Ci sono stati anche progressi, come lo stabile arretramento della pena di morte e la consegna alla giustizia di alcuni responsabili di crimini negli ex regimi militari in America Latina.

Troppe discriminazioni anche in Italia contro rom e migranti e clima di intolleranza nei confronti degli omosessuali. L’Italia si è sempre rifiutata di introdurre il reato di tortura nella legislazione nazionale.
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AMNESTY INTERNATIONAL:
DIRITTI,SVOLTA STORICA

La richiesta di libertà e giustizia in
Medioriente e Nord Africa e la presenza
dei social media offrono una opportuni-
tà senza precedenti per una svolta a
favore dei diritti umani. Lo afferma
Amnesty International, presentando il
Rapporto annuale, in occasione del suo
50° anniversario.

"Tuttavia è in corso una dura rappre-
saglia" e la "comunità internazionale
deve assicurare che il 2011 non sarà u-
na falsa alba per i diritti umani", di-
chiara Christine Weise,presidente della
Sezione italiana dell'organizzazione.
"Non si può più giustificare il blocco
di internet o dei social network".
Speciale
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"GOVERNI OCCIDENTALI
SOSTENGANO RIFORME"

Il rapporto - che prende in esame 157
Paesi - sottolinea come la libertà d'e-
spressione sia sotto attacco ovunque
nel mondo. Governi come Libia, Siria,
Yemen e Bahrein hanno mostrato di usare
la violenza per restare al potere.Anche
quando i dittatori cadono,le istituzio-
ni che li sostenevano devono ancora es-
sere smantellate. Cina,Iran,Azerbaigian
cercano di impedire tali rivoluzioni.

"Le grandi potenze hanno chiuso gli oc-
chi per anni davanti alla repressione",
dice Weise.

Il vero banco di prova per i governi
"sarà il sostegno alla ricostruzione di
Stati che promuovano i diritti umani".
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RAPPORTO AMNESTY:
TORTURE IN 98 PAESI

Il rapporto 2011 di Amnesty Internatio-
nal documenta restrizioni alla libertà
di parola in 89 Paesi, casi di prigio-
nieri di coscienza in almeno 48 Paesi,
torture e maltrattamenti in almeno 98
e processi iniqui in 54 Paesi. In 23,
hanno avuto luogo esecuzioni di condan-
ne a morte (18 nel 2009).

Tra i momenti più significativi del
2010,il rilascio di Aung San Suu Kyi in
Myanmar e l'assegnazione del Nobel per
la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo
Ci sono progressi: come lo stabile ar-
retramento della pena di morte e la
consegna alla giustizia di alcuni re-
sponsabili di crimini negli ex regimi
militari in America Latina.



ITALIA,DISCRIMINAZIONI
CONTRO ROM E MIGRANTI

Migliaia di difensori dei diritti uma-
ni,secondo Amnesty,sono stati minaccia-
ti,torturati e uccisi in molti Paesi,
tra cui Afghanistan, Angola,Brasile,Ci-
na,Messico,Myanmar,Russia,Turchia,Uzbe-
kistan,Vietnam e Zimbabwe. E ciò mette
in evidenza la necessità di un sostegno
globale nei loro confronti.

La situazione dei diritti umani è peg-
giorata in diversi Paesi come Bielorus-
sia, Kirghizistan e Ucraina. Violenze
in Nigeria, Ciad, Colombia, Iraq, Soma-
lia,Sudan,Repubblica democratica Congo.

Troppe discriminazioni anche in Italia
contro rom e migranti e clima di intol-
leranza nei confronti degli omosessuali
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Il 2010 potrà essere senz’altro ricordato come un anno di svolta in cui attivisti e giornalisti hanno utilizzato nuove tecnologie per mettere il potere di fronte alla verità e, nel farlo, hanno promosso un maggior rispetto dei diritti umani. È stato anche l’anno in cui governi repressivi si sono trovati davanti alla concreta possibilità di avere ormai i giorni contati.

L’informazione è una fonte di potere, e per quanti sfidano gli abusi da parte degli stati e altre istituzioni, questo è un tempo esaltante. Sin dalla creazione di Amnesty International 50 anni fa, siamo stati testimoni e artefici di grandi cambiamenti simili nella lotta tra coloro che perpetrano gli abusi e tutte quelle persone che con coraggio e inventiva mettono in luce le loro malefatte. In quanto movimento creato per far confluire l’indignazione globale in azione in difesa degli oppressi, il nostro impegno è di sostenere quegli attivisti che immaginano un mondo in cui l’informazione sia veramente libera e in cui possano esercitare il diritto di esprimere pacificamente il loro dissenso, al di là del controllo delle autorità.

Da 50 anni, Amnesty International esplora le frontiere della tecnologia per dare voce a chi non ha potere e alle vittime degli abusi. Dalle telescriventi, le fotocopiatrici e i fax per passare alla radio, la televisione, le comunicazioni satellitari, i telefoni, le email e Internet, abbiamo utilizzato ogni mezzo per sostenere la mobilitazione di massa. Sono tutti strumenti che hanno contribuito alla lotta per la difesa dei diritti umani, nonostante i sofisticati tentativi dei governi di limitare il flusso delle informazioni e di censurare le comunicazioni.

Quest’anno Wikileaks, un sito web dedicato alla pubblicazione di documenti provenienti da un’ampia varietà di fonti, ha iniziato a postare le prime centinaia di migliaia di file che sarebbero stati scaricati da un ventiduenne analista informatico dell’intelligence militare statunitense, Bradley Manning, il quale si trova attualmente in detenzione preprocessuale e rischia più di 50 anni di carcere, se sarà ritenuto colpevole di spionaggio e di altre accuse.

Wikileaks ha creato una sorta di “discarica” facilmente accessibile su cui gli “informatori” di tutto il mondo riversano i loro dati, dimostrando tutto il potere di questa piattaforma che diffonde e rende pubblici documenti governativi secretati e riservati. Sin dall’inizio Amnesty International ha riconosciuto il contributo dato da Wikileaks alla causa dei diritti umani, dopo che il sito aveva postato informazioni riguardanti le violazioni compiute in Kenya nel 2009.

Ma ci sono voluti corrispondenti della stampa tradizionale e analisti politici per passare al setaccio dati grezzi, analizzarli e identificare le prove dei crimini e delle violazioni contenute in questi documenti. Facendo leva su queste informazioni, gli attivisti politici si sono serviti dei nuovi strumenti di comunicazione ormai ampiamente disponibili sui telefoni cellulari e dei social network per spingere le persone a scendere in strada per chiedere giustizia.

Un esempio straordinario e al contempo tragico di quanto può essere potente l’azione del singolo se amplificata dai nuovi strumenti del mondo virtuale è dato dalla vicenda di Mohamed Bouazizi. Nel dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di Sidi Bouzid, in Tunisia, si è dato fuoco davanti al municipio per protestare contro le vessazioni della polizia, l’umiliazione, le difficoltà economiche e il senso di impotenza sperimentato dai giovani come lui.

Le parole che descrivevano il suo gesto di disperazione e di sfiducia hanno viaggiato in tutta la Tunisia, tramite i cellulari e Internet e quelle parole sono riuscite a galvanizzare il dissenso covato per lungo tempo rispetto a un governo oppressivo, con conseguenze del tutto impreviste. Mohamed Bouazizi è morto per le ustioni che si era procurato, ma la sua rabbia è sopravvissuta sotto forma di protesta per le strade del suo paese. Gli attivisti tunisini, un gruppo che comprende tra gli altri sindacalisti, membri dell’opposizione politica e giovani (alcuni dei quali si erano organizzati sulla rete) sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno alle rivendicazioni di Mohamed Bouazizi. Attivisti di lunga data si sono quindi uniti ai giovani manifestanti per sfidare la repressione del governo tunisino, utilizzando i nuovi strumenti.

Quest’ultimo ha cercato di attuare un rigido oscuramento dei mezzi di informazione e ha bloccato l’accesso individuale a Internet ma, grazie alle nuove tecnologie, le notizie si sono diffuse rapidamente. I manifestanti hanno ribadito che la loro rabbia scaturiva dalla brutale repressione del governo nei confronti di chi osava sfidare il suo autoritarismo, oltre che dalla mancanza di opportunità economiche, in parte causata dalla corruzione del governo.

A gennaio, a meno di un mese dal gesto disperato di Mohamed Bouazizi, il governo del presidente Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali è caduto ed egli ha lasciato il paese, rifugiandosi a Jeddah, in Arabia Saudita. Il popolo tunisino ha celebrato la fine di oltre 20 anni di un regime impunito, aprendo la strada al ripristino di un governo eletto, partecipativo e rispettoso dei diritti.

La caduta del governo di Ben ‘Ali ha avuto ripercussioni nell’intera regione e nel mondo.
Stati che utilizzavano tortura e repressione per eliminare il dissenso e che si erano arricchiti attraverso la corruzione e lo sfruttamento economico erano a quel punto costretti a guardarsi alle spalle. Anche le élite locali e i governi esteri che avevano sorretto questi regimi illegittimi, mentre pontificavano di democrazia e diritti umani, manifestavano un certo nervosismo.

In meno di un attimo la mobilitazione in Tunisia ha generato agitazioni in altri paesi. La gente è scesa per le strade in Algeria, Bahrein, Giordania, Egitto, Libia e Yemen.

Gli strumenti a disposizione nel 2010 potevano anche essere nuovi ma le rivendicazioni erano sempre le stesse: la richiesta di una vita dignitosa, nella piena affermazione dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali. Gli attivisti che in tutto il mondo avevano per troppo tempo sopportato la minaccia e la realtà della carcerazione, della tortura e della brutalità a causa delle loro opinioni politiche, del loro credo o della loro identità, immaginavano in quel momento un altro mondo possibile, che garantisse la libertà dalla paura e una significativa partecipazione politica. Ciò che emergeva chiaramente nei diversi post era che la mancanza di opportunità economiche sperimentata da molte persone nell’intera regione echeggiava nel profondo di coloro che offrivano sostegno agli attivisti in Tunisia.

Basta poco per far emergere la frustrazione della gente che vive sotto governi repressivi. Ad esempio, in Egitto, Khaled Siad è morto a giugno a seguito di un’aggressione da parte di due agenti di polizia in un Internet café ad Alessandria. La sua morte ha scatenato proteste nell’opinione pubblica, in quello che con il senno di poi è parso essere un segno precursore delle manifestazioni di massa che sarebbero di lì a poco occorse, nel 2011. I poliziotti sono stati incriminati per averlo arrestato illegalmente e torturato, ma non in quanto diretti responsabili della sua morte. In Iran, le autorità di governo hanno limitato l’accesso alle fonti esterne di informazione come Internet, nel clima di persistente malcontento che aveva fatto seguito alle contestate elezioni del 2009, mentre si aggravavano le ferite generate dal brutale giro di vite sui manifestanti.

In Cina, il governo ha tentato di insabbiare la vicenda di un giovane che, dopo essere stato fermato dai poliziotti per aver ucciso una donna e ferito un’altra mentre guidava ubriaco, li ha liquidati dichiarando la sua parentela con un alto funzionario di polizia. Il grido “mio padre è Li Gang” è divenuto proverbiale per indicare un’ingiustizia e la storia fra le righe è stata postata e ripostata su Internet in tutta la Cina anche mentre le autorità cercavano con forza di imporre il loro controllo.

Per quei politici che sostengono la supremazia dei diritti civili e politici su quelli economici, sociali e culturali, o viceversa, la lucidità con cui gli attivisti definiscono la loro frustrazione come collegata alla mancanza di opportunità politiche ed economiche dimostra che questa è una falsa dicotomia che ignora le esperienze di milioni, per non dire miliardi di persone che in tutto il mondo vivono in assenza di entrambe.

Amnesty International, che ha iniziato come organizzazione impegnata nella tutela dei prigionieri di coscienza, ha da tempo capito che è importante mettere in evidenza le violazioni che stanno alla base e che spronano gli attivisti a scrivere e a scendere per le strade tanto quanto lo è riuscire a porre fine alla detenzione e alle violazioni che li colpiscono. I social network sono innovativi, ma soprattutto importanti in quanto costituiscono un potente strumento che può facilitare la condivisione di esperienze e il reciproco sostegno tra voci critiche insoddisfatte che vivono sotto governi che in tutto il mondo si rendono ugualmente responsabili di violazioni.

Notizie trapelate e rivelazioni
A luglio, Wikileaks e diverse testate giornalistiche di primo piano hanno iniziato a far uscire quasi 100.000 documenti riguardanti la guerra in Afghanistan. La loro pubblicazione ha suscitato controversie in merito al contenuto, la legalità e le conseguenze della fuga di notizie. I documenti hanno fornito prove attendibili delle violazioni dei diritti umani documentate da attivisti e giornalisti, violazioni che i governi dell’Afghanistan e della Nato hanno negato. Ma le organizzazioni di difesa dei diritti umani si sono anche allarmate quando i talebani hanno annunciato che stavano esaminando i documenti pubblicati su Wikileaks e che avrebbero punito gli afgani che avessero collaborato con il governo dell’Afghanistan o con i suoi sostenitori internazionali. Le nuove tecnologie, come tutti gli strumenti, presentano sia rischi che benefici; Wikileaks ha intrapreso misure per assicurare che la futura pubblicazione di documenti avrebbe incorporato il consolidato principio di “non nuocere”, un caposaldo del lavoro di Amnesty International da ormai 50 anni.

In risposta, i governi implicati nelle violazioni hanno accampato la solita vecchia scusa secondo cui i documenti trapelati che ponevano in evidenza le loro violazioni e fallimenti costituivano una minaccia per la sicurezza nazionale ed erano pertanto illegali. Nel complesso essi semplicemente non hanno tenuto conto del fatto che erano state rivelate prove che riguardavano reati ai sensi del diritto internazionale, oltre che prove della loro incapacità di indagare questi crimini e di perseguirne i responsabili.

A ottobre, Wikileaks ha pubblicato quasi 400.000 documenti relativi alla guerra in Iraq. Ancora una volta, Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno sottolineato che i governi implicati che gridavano alla sicurezza nazionale a tutti gli effetti non stavano ottemperando al loro obbligo di indagare e perseguire i responsabili di crimini di guerra e altri reati ai sensi del diritto internazionale. I documenti hanno inoltre confermato il fatto che mentre questi governi si affrettavano a liquidare i rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani su queste violazioni erano in realtà già in possesso di documenti che dimostravano chiaramente la loro veridicità.

Ma queste notizie trapelate sono piccola cosa di fronte al capitolo finale del 2010, quando Wikileaks e cinque importanti testate giornalistiche hanno iniziato a pubblicare simultaneamente i primi 220 di 251.287 cablogrammi diplomatici riservati, ma non top-secret, trasmessi da 274 ambasciate, consolati e missioni diplomatiche statunitensi in tutto il mondo, datati dal 28 dicembre 1966 al 28 febbraio 2010. Le nuove informazioni rese disponibili, analizzate da esperti redattori di giornale così come da appassionati blogger, sono state fatte proprie da movimenti già esistenti e hanno ispirato nuovi protagonisti.

Agitazioni nel mondo
Sono state date interpretazioni differenti del caso di Wikileaks; alcuni commentatori hanno definito il suo modo di agire una sorta di “vuoto morale”, mentre altri lo hanno visto come l’equivalente in chiave moderna delle “carte del Pentagono”. Quel che è certo, in ogni caso, è l’impatto che le notizie trapelate hanno avuto.

Mentre la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia non sarebbe avvenuta senza la lunga lotta di coraggiosi difensori dei diritti umani nel corso degli ultimi 20 anni, il sostegno dato agli attivisti dall’esterno del paese potrebbe essere stato rafforzato dai documenti pubblicati da Wikileaks sulla Tunisia, che avevano fatto comprendere le cause della rabbia. In particolare, alcuni dei documenti hanno dimostrato come i paesi di tutto il mondo fossero consapevoli sia della repressione politica sia della mancanza di opportunità economiche ma che in generale non stessero facendo nulla per sollecitare un cambiamento. Una fuga di notizie ha dimostrato che l’allora inviato canadese, l’ambasciatore statunitense e l’ambasciatore britannico erano tutti consapevoli che le forze di sicurezza tunisine torturavano i detenuti; che le assicurazioni diplomatiche in base alle quali il governo prometteva di non torturare i detenuti rimandati in Tunisia erano “di valore” ma inaffidabili; e che l’Icrc non aveva accesso alle strutture di detenzione gestite dal ministero dell’Interno.

In un altro cablogramma pubblicato, l’ambasciatore statunitense descriveva in dettaglio come l’economia tunisina fosse a pezzi a causa del dilagare della corruzione, che andava dalle estorsioni della polizia al lungo braccio della “famiglia”, vale a dire i parenti stretti e lontani di Ben ‘Ali, che si erano serviti del loro potere per accumulare ricchezze.

Il che ci riporta a Mohamed Bouazizi e ai molti altri tunisini che sembravano aver percepito che era persa ogni speranza di fronte alla tortura, alla privazione economica, alla corruzione del governo, alla brutalità della polizia e all’inesorabile repressione nei confronti dell’opposizione politica e di chiunque altro avesse deciso di dar voce al proprio dissenso. Bouazizi non aveva alcun aggancio politico per poter sperare di avere opportunità economiche e quando aveva cercato di crearsene una vendendo frutta e verdura con un carretto per strada, la polizia gli aveva confiscato la merce. Quando si è rivolto alle autorità politiche per reclamare contro l’abuso subito dalla polizia, queste si sono rifiutate di registrare la denuncia e avviare un’indagine.

I motivi della protesta di Mohamed Bouazizi non erano per nulla straordinari. Ma il suo gesto di immolarsi è avvenuto più o meno contemporaneamente alla pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti che dimostravano come i governi occidentali che si erano alleati con l’esecutivo di Ben ‘Ali fossero consapevoli di tutte queste problematiche ma apparentemente riluttanti a esercitare pressioni esterne sul governo affinché rispettasse i diritti umani. La combinazione di questi due eventi sembra aver innescato l’enorme sostegno offerto ai manifestanti in Tunisia. La gente dei paesi confinanti ha dimostrato di sostenerli in maniera particolarmente forte e di trovarsi in alcuni casi ad affrontare gli stessi ostacoli alla piena affermazione dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali.

Una risposta efficace
Di fronte alla situazione in Tunisia ed Egitto, la risposta dei governi occidentali fa riflettere. Gli Stati Uniti hanno chiuso le loro lunghe relazioni con il presidente tunisino Ben ‘Ali. Il ministro degli Esteri francese si è inizialmente proposto per aiutare il governo di Ben ‘Ali a gestire la protesta, ma in Francia la posizione assunta è stata accolta con indignazione e i francesi sono alla fine venuti in aiuto dei manifestanti, dopo che Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali era fuggito dalla Tunisia. Davanti ad analoghe proteste in Egitto, gli Stati Uniti e molti governi europei sono parsi sorpresi e riluttanti a sostenere l’iniziale richiesta dei manifestanti che il presidente Mubarak lasciasse il potere.

Gli Stati Uniti in particolare avevano investito molto nella stabilità del governo di Mubarak nonostante le abbondanti prove della sua brutalità negli ultimi 30 anni. Di fatto, in tutto il mondo, molti governi che proclamano il valore dei diritti umani e della democrazia hanno sostenuto esplicitamente leader politici come Muhammad Hosni Mubarak in Egitto e Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali in Tunisia, pur essendo ben consapevoli di quanto questi fossero corrotti, repressivi e irrispettosi dei diritti dei loro cittadini. Di fatto, le prime rendition straordinarie (la tortura esternalizzata) erano già avvenute sotto l’amministrazione Clinton che aveva inviato detenuti in Egitto, un luogo ben noto per il suo sistematico utilizzo della tortura. La prova di tale ipocrisia, rafforzata dai molti cablogrammi diplomatici resi disponibili da Wikileaks, ha messo a nudo questi governi e ha gettato dubbi sul loro impegno in difesa dei diritti umani. Alla fine, il coraggio dei manifestanti pacifici che hanno rischiato la loro vita nelle strade del Cairo e di altre città si è rivelato qualcosa di troppo grande per il presidente Mubarak e i suoi alleati.

Sull’onda dei dispacci diplomatici trapelati, i governi si sono dati da fare per immaginare quali reati poteva aver commesso Wikileaks (e Bradley Manning). La risposta nasconde aspetti inquietanti. Il governo statunitense, che con la maggior veemenza ha attaccato Wikileaks, aveva un’opinione diversa quando era favorevole a proseguire nella diffusione di nuove informazioni che riguardavano altri paesi. Nel mese di gennaio, la segretaria di stato statunitense ha tenuto un discorso che mirava a incoraggiare gli stati di tutto il mondo a far sì che i loro residenti avessero accesso a Internet, paragonando la censura imposta alla rete del muro di Berlino. “L’informazione non è mai stata così libera”, ha dichiarato Hillary Clinton.“Anche in paesi autoritari, i network di informazione stanno aiutando la gente a scoprire nuovi fatti e a chiamare i governi a rendere conto del loro operato.”

Ha poi proseguito la sua relazione affermando che, durante la sua visita in Cina nel novembre 2009, il presidente Barack Obama aveva “difeso il diritto della gente ad accedere liberamente all’informazione e aveva detto che più le informazioni fluivano liberamente e più forza acquisivano le società. Egli ha parlato di come l’accesso all’informazione aiuta i cittadini a chiamare i governi a rispondere del loro operato, genera nuove idee e incoraggia la creatività”.

Ma gli Stati Uniti non sono i soli a voler una rete “che non disturba” o a voler impiegare le cibertecnologie per violare il diritto alla riservatezza. Internet ha messo ancor più in luce il desiderio dei governi di controllare l’accesso all’informazione ogni volta che cercano di censurare coloro che utilizzano la rete, se ritengono che il contenuto rappresenti una minaccia per chi detiene il potere, proprio come fanno quando accrescono la ferrea sorveglianza sui loro arsenali.

È ormai chiaro che i governi non guidano più necessariamente gli eventi, almeno non quanto vorrebbero. In Cina, la cosiddetta “grande muraglia di fuoco” ha giocato un ruolo importante e dannoso nell’intento di soffocare il libero dibattito che viaggia su Internet. Chi varca i confini delle regole è vittima di vessazioni o viene messo in carcere. Ad esempio, nel luglio 2010, Hairat Niyaz, giornalista e redattore web uiguro, è stato condannato a 15 anni di carcere per “aver messo in pericolo la sicurezza dello stato”. Come prova, la corte ha citato le interviste che egli aveva rilasciato a organi di stampa esteri, oltre che la sua traduzione pubblicata online delle richieste di un’organizzazione uigura all’estero, che esortava a protestare contro la gestione del governo di un episodio in cui furono uccisi almeno due uiguri, quando lavoratori cinesi avevano attaccato lavoratori uiguri a Shaoguan, nella provincia di Guangdong, nel sud della Cina. Per l’ennesima volta, tuttavia, nonostante le più sofisticate tecnologie, le autorità cinesi si sono trovate impreparate o travolte dai messaggi di Twitter inviati dagli utenti di Internet, al pari di un puledro selvaggio che non può essere domato, per usare le parole della blogger cubana Yoani Sánchez..

Prendiamo l’esempio di Liu Xiaobo, accademico e coautore del manifesto dissidente “Carta
08”. Egli si è ispirato all’attività degli intellettuali dell’Europa orientale che lottavano contro l’autoritarismo comunista degli anni Settanta e Ottanta. Anch’essi avevano beneficiato delle nuove tecnologie, delle fotocopiatrici e dei fax, per diffondere le loro idee e sfidare, e in definitiva rovesciare, governi che si erano resi responsabili di abusi.

Liu Xiaobo non era granché noto alla maggioranza dei semplici cittadini cinesi, anche dopo essere stato condannato a 11 anni di carcere il giorno di Natale del 2009. E tuttavia, quando nell’ottobre 2010 è stato insignito del premio Nobel per la pace, gli attivisti online di tutto il mondo hanno fatto a gara per ringraziarlo per il suo ruolo.

Le autorità cinesi erano ansiose di stroncare il dibattito. Prese in contropiede dall’ampio sostegno offerto a Xiaobo, che hanno ufficialmente definito un “traditore”, hanno bloccato la ricerca della frase “sedia vuota”, un termine che molti cinesi avevano iniziato a utilizzare in riferimento al modo con cui era stato reso omaggio a Liu Xiaobo alla cerimonia di premiazione del Nobel a Oslo, in Norvegia.

Fino a Wikileaks, sembrava che i governi credessero di avere il sopravvento. Ma dopo che le aziende necessarie a Wikileaks per continuare la sua attività avevano ritirato il loro sostegno (e resta da chiarire se ciò sia stato il risultato di pressioni dirette da parte dei governi), le aziende e i governi che avevano condannato Wikileaks sono stati presi d’assalto dagli hacker di tutto il mondo.

Questa accresciuta azione degli hacker, unita alla continua diffusione dei documenti malgrado le minacce e l’indignazione da parte dei vari governi, è la prova di come Wikileaks abbia cambiato le regole del gioco rispetto a chi controlla l’informazione. È anche la dimostrazione di una tendenza a “non fare prigionieri”, in voga tra alcuni hacker senza tener conto della riservatezza e della sicurezza delle persone.

Raggiungere il giusto equilibrio – Una questione di cautela
Come abbiamo sottolineato prima, il desiderio di rendere pubbliche le informazioni, se sbilanciato rispetto ai diritti delle persone, può determinare problemi. Ad agosto, due donne hanno sporto denuncia nei confronti di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, ai sensi della legislazione svedese sui reati sessuali. Gli hacker hanno pubblicato i nomi e le identità delle donne le quali sono state denigrate dagli organi di stampa, alla stregua di burattini nelle mani del governo degli Stati Uniti e della Svezia. Ciò è la dimostrazione che nel nuovo universo virtuale le donne continuano a essere trattate come pedine, o peggio, come danni collaterali accettabili. Per dirla con chiarezza, le donne meritano che le loro denunce siano pienamente indagate e in presenza di prove sufficienti di veder perseguito il presunto perpetratore. A Julian Assange deve essere garantita la presunzione di innocenza, deve poter beneficiare delle dovute garanzie processuali e ricevere un procedimento giudiziario equo.

Le norme sui diritti umani rientrano chiaramente nella questione. I governi devono essere trasparenti e possono limitare la libertà di espressione (e il diritto di ricevere e trasmettere le informazioni) soltanto per far rispettare i diritti o la reputazione di altri e per tutelare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la salute pubblica o i principi morali. Le argomentazioni dei governi secondo cui la sicurezza nazionale è una sorta di carta bianca da usare per limitare l’informazione non sono mai giustificate, specialmente quando le restrizioni appaiono avere l’intento di nascondere le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario. Ma allo stesso modo l’ipocrisia e l’inganno dei governi non giustificano l’azione degli hacker nell’ufficio del procuratore e la violazione della riservatezza delle donne querelanti.

Un futuro digitale per i diritti umani
Non c’è nulla di magico o di deterministico in Internet e nelle altre tecnologie di comunicazione. La tecnologia non rispetta né indebolisce i diritti umani. Essa è e continuerà a essere uno strumento utilizzato sia da chi vuole sfidare le ingiustizie del mondo che da chi vuole controllare l’accesso all’informazione ed eliminare le voci del dissenso. Si potrebbe obiettare che le stazioni radiofoniche e i telefoni cellulari hanno fatto di più per promuovere e tutelare i diritti umani in Africa, che la maggior parte degli altri metodi convenzionali. L’uso innovativo del cosiddetto “crowdsourcing” [ovvero l’affidare alla gente comune all’esterno lo sviluppo di una data attività, N.d.T.] da parte del sito web Ushahidi.com in Kenya ha aperto un intero nuovo universo di possibilità nella prevenzione dei conflitti.

La tecnologia è a servizio degli intenti di coloro che la controllano, sia che il loro obiettivo sia la promozione o l’indebolimento dei diritti. Dobbiamo essere consapevoli che in un mondo caratterizzato da un’asimmetria del potere, la capacità dei governi e di altri attori istituzionali di sfruttare e abusare della tecnologia sarà sempre superiore a quella degli attivisti della società civile, dei sostenitori dei diritti umani oppressi, degli intrepidi “informatori” o di singoli cittadini il cui senso di giustizia esige che sia possibile ricercare le informazioni o descrivere e documentare una data ingiustizia attraverso l’impiego di queste tecnologie.

Nell’ambito del dibattito che riguarda Wikileaks, la diffusione di documenti con apparente scarsa attenzione per la sicurezza di coloro su cui vengono puntati i riflettori e le controversie che circondano il caso giudiziario per reati sessuali a carico di Julian Assange rendono difficile poter parlare di “chiarezza morale”. Non si tratta di un caso che implica il concetto di chiarezza morale nel senso che noi associamo, almeno in retrospettiva, alla pubblicazione delle “carte del Pentagono”. Per quanti ritengono che Wikileaks sia amorale, è importante sottolineare che quando coloro che sono al potere non dicono la verità come dovrebbero, per quanti convivono quotidianamente con l’abuso di potere è comprensibilmente altrettanto importante poter celebrare Wikileaks. La loro ultima speranza di ottenere giustizia è la divulgazione, per quanto questa possa essere disordinata, imbarazzante e apparentemente controproducente.

In definitiva, questi sono tempi sorprendenti per Amnesty International e altri attivisti dei diritti umani, che vedono le possibilità offerte dalla tecnologia per far luce sulla verità e tenere alto un dibattito che riesca a eludere la censura imposta dai governi e a mantenerci connessi al di là dei confini. Noi immaginiamo la promessa di vivere in un mondo veramente omogeneo in cui tutte le persone abbiano accesso in modo costruttivo all’informazione, in cui tutte le persone possano prendere parte pienamente alle decisioni che influenzano le loro vite e in cui nessuna ingiustizia rimanga impunita.

Nel 2011, Amnesty International celebra l’anniversario dei 50 anni dalla sua fondazione. Descritto da un critico contemporaneo come “una delle più grandi follie del nostro tempo”,
il movimento ha preso il via da una semplice chiamata all’azione dell’avvocato britannico Peter Benenson, che chiedeva alla società di ricordare “il prigioniero dimenticato”. La sua passione traeva ispirazione dalla vicenda di due giovani portoghesi che erano stati incarcerati per aver levato i loro calici per brindare alla libertà.

Per fortuna, per le migliaia di prigionieri dimenticati da allora, questa “follia” non solo è prevalsa, ma prosegue ancora oggi, e al fianco dei nostri alleati continuiamo a essere determinati a promuovere il diritto all’informazione e alla libertà di espressione. Assieme abbiamo promosso campagne per il rilascio di migliaia di prigionieri di coscienza, alcuni dei quali, come Ellen Johnson-Sirleaf, sono ora capi di stato. Assieme abbiamo contribuito nel novembre 2010 al rilascio di Daw Aung San Suu Kyi, dimostrando ancora una volta come l’ostinata perseveranza può portare a un cambiamento positivo. Assieme abbiamo salvato innumerevoli vite, come di recente quella di due attivisti che hanno sfidato le forze di sicurezza di un’impresa mineraria le quali erano sul punto di inscenare uno scontro per sbarazzarsi di attivisti disposti a rischiare la loro vita mettendo il potere di fronte alla verità. A 50 anni di distanza il mondo è cambiato enormemente, ma l’imperativo a restare uniti per combattere l’ingiustizia e proteggere i diritti degli esseri umani, ovunque nel mondo, non lo è.

Questo anniversario è una buona occasione per pensare quanto sono in grado di fare i singoli quando lavorano assieme. Se ciascuno dei soci di Amnesty International, oltre tre milioni di persone, convincesse anche una sola persona a unirsi al nostro impegno per la giustizia, noi raddoppieremmo il nostro impatto. Come abbiamo visto nella regione del Medio Oriente e Africa del Nord, le azioni collettive dei singoli quando si uniscono nella ricerca di un’uguaglianza fondamentale possono avere il potere di abbattere governi repressivi.

Il bisogno delle persone che danno valore ai diritti e alle libertà di lavorare assieme all’interno e al di là dei confini resta grande mentre i governi insistono a perseguitare quanti sfidano i loro abusi di potere. Mentre singole persone, coraggiose e determinate, rivendicano i loro diritti e le loro libertà, i governi, i gruppi armati, le aziende e le istituzioni internazionali cercano di sfuggire a ogni controllo e responsabilità.

Ci sentiamo motivati dal rilascio di Daw Aung San Suu Kyi, dal coraggio di Liu Xiaobo, dalla capacità di resistenza di migliaia di prigionieri di coscienza, dal coraggio di innumerevoli difensori dei diritti umani e dalla tenacia, al di là di qualsiasi immaginazione, di centinaia di migliaia di semplici cittadini tunisini i quali, di fronte alla tragica vicenda di Mohamed Bouazizi, sono determinati a farsi garanti della sua eredità, organizzandosi contro l’abuso di quel potere che ha portato alla sua morte. Noi di Amnesty International ci impegniamo a raddoppiare i nostri sforzi per rafforzare il movimento globale di difesa dei diritti umani e a lottare per far sì che nessuno mai si senta così solo nella sua disperazione da non riuscire più a vedere una via di uscita.
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