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Allarme rosso ’ndrangheta
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 MessaggioInviato: Gio Dic 08, 14:09:24  Allarme rosso ’ndrangheta
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Allarme rosso ’ndrangheta
I Villagrossi sotto protezione
Rivalta sul Mincio, investigatori al lavoro sul rogo delle betoniere: un segnale o il tentativo di affossare la ditta? Sul tavolo le relazioni degli altri incendi. I Villagrossi sono ora sotto protezione

Il rogo alla Villagrossi di Rivalta
LEGGI IN AZIONE LE COSCHE DEL MATTONE DI ROSSELLA CANADÈ

RODIGO. Allarme rosso. Senza se e senza ma. Basta con le carezze alle carte, banditi i richiami agli anticorpi nordici in grado di scacciare le infiltrazioni mafiose come un’influenza. Stop alle autocombustioni, ai corti circuiti, al troppo caldo, al troppo freddo e alla caccia al piromane psicopatico. Gli investigatori non ci stanno più: ora è guerra «e la faremo con i carrarmati». In via Chiassi è un lunedì di fuoco: la parola mafia ora non è più solo un’eco che riverbera dall’altra sponda del Po, ma sta scritta nera su bianco nei verbali, nelle relazioni, nelle domande degli interrogatori che si susseguono in queste ore. Dietro l’incendio delle sette betoniere della Villagrossi, sabato sera a Rivalta, c’è la mano della ’ndrangheta. Un’ipotesi investigativa che ha spazzato via tutte le altre e fatto scattare tutti sull’allerta.
Il primo passo concreto è la convocazione per giovedì mattina del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico in Prefettura. Sull’ordine del giorno sta scritto “iniziative di prevenzione”, ma nessuno prova a spostare il discorso che sarà incentrato su Rodigo. «Un episodio gravissimo, il primo nel nostro territorio. Un segnale inquietante. Troppo per Mantova». Si sbilancia il colonnello Gerardo Renzi, che contro la mafia ha lavorato per quasi 20 anni. Non dice di più, pesa le parole che aprono scenari imprevisti soltanto fino a sabato sera. Imprevisti «fino ad un certo punto», precisa un investigatore, che in queste ore sta mettendo in fila gli episodi di incendi degli ultimi mesi. Tante coincidenze, tanti punti in comune. Poco o niente di casuale. Le vittime: impresari edili. Lo strumento: il fuoco. Il contesto: collegamento a imprese calabresi.
«Anche dopo gli episodi di Curtatone nessuno ci voleva credere. Ora non si può più mettere la testa sotto la sabbia, né parlare di anticorpi. Qui non si incendiano mica solo le macchinette. Hanno alzato il tiro». Ce li ha, gli anticorpi, la Villagrossi, che non si è fatta mettere in ginocchio dalla crisi del settore, ed è finita proprio per la sua solidità e professionalità, nell’affare di piazzale Mondadori che vale sessanta milioni di euro. Fornisce i calcestruzzi all’impresa di Antonio Muto, entrata a grandi falcate nella cordata che realizzerà parcheggio e albergo. Ossigeno per le ditta e i dipendenti. «Ma quell’ossigeno doveva finire in altre bocche. Stiamo cercando i loro volti. Anche se non abbiamo ancora elementi per identificare un’associazione criminale».
Collegamenti: difficile non vedere il filo tra l’incendio dell’auto del figlio di Antonio Muto, il 21 settembre a Buscoldo, e il rogo delle betoniere. «Ci stiamo lavorando. Per ora sono ipotesi. Quello che è certo è che a Rodigo si tratta di un atto di chiaro stampo mafioso». Villagrossi a Rodigo e Muto a Buscoldo: due strade che si incrociano a piazzale Mondadori, Mantova.
«Resta da capire cosa volevano fare esattamente: se mandare a gambe all’aria l’azienda o inviare un segnale. E non sono dettagli». Mentre i Villagrossi sono sotto stretta sorveglianza, l’episodio sta suscitando le reazioni di politici e associazioni. Marco Carra, deputato del Pd, chiede una reazione civile «che squarci quel muro di gomma che anche nella nostra realtà sta insinuandosi». Chiede che la Camera di Commercio di Mantova aderisca alla convenzione siglata da quelle di Reggio Emilia, Modena, Crotone e Caltanisetta per monitorare i fenomeni economici in collaborazione con la Finanza. «Ritengo opportuno prima che la situazione degeneri, informare la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Beppe Pisanu e portare un’interrogazione al ministro degli Interni Maroni». Sulla Commissione antimafia interviene anche Massimiliano Fontana, che chiede un incontro a Mantova con i rappresentanti delle istituzioni, dell’economia e del volontariato sociale.
Immediata la reazione di Libera, l’associazione contro le mafie che da anni punta il dito sulla presenza della criminalità organizzata nel Mantovano non solo nel traffico di stupefacenti, ma anche in diversi settori dell’economia legale. «Siamo colpiti ma non sorpresi. È il momento di studiare un’azione di contrasto mettendoci in rete con le associazioni di categoria, comprese le banche, attivando uno sportello di supporto per le aziende». L’episodio di Rodigo dimostra che la mafia ora non evita più di creare panico con gesti eclatanti. Non è più solo subdola, ma agisce alla luce del sole per ostacolare l’economia e danneggiare le nostre comunità». (r.c.)
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evata di curtatone
Caracciolo e Meneghetti parlano di mafia
CURTATONE (Levata) Un incontro pubblico per capire se e quanto la malavita organizzata è presente nella nostra provincia. Il Circolo dei lettori organizza una serata sul tema a Curtatone. L'appuntame...

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CURTATONE (Levata)
Un incontro pubblico per capire se e quanto la malavita organizzata è presente nella nostra provincia.
Il Circolo dei lettori organizza una serata sul tema a Curtatone. L'appuntamento è per mercoledì alle 21 nella sala civica di Levata. L'incontro è gratuito e aperto a tutta la cittadinanza.
Nel corso della serata interverranno Claudio Meneghetti, autore del libro "‘Ndrangheta all'assalto dei Gonzaga" e Luigi Caracciolo , docente di scienze criminali all'“Istituto Fde - Formazione d’eccellenza” e promotore del questionario sulla percezione delle mafie nella popolazione della provincia di Mantova.
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Bordate sul caso amianto, Grassi e giunta ai ferri corti
Curtatone, il vicesindaco cerca di spegnere i timori: patologie sotto controllo. L’oppositore: contesto da sbarco mafioso. Badolato: parole senza raziocinio
amianto edera
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CURTATONE
Un consiglio comunale dai toni duri, segnato da parole che scavano un solco. «Mafia». A far scaldare la sala, mercoledì sera a Corte Spagnola, è stato il dibattito sul caso Edera, che era al quarto punto dell'ordine del giorno, ma è stato anticipato al primo su richiesta del consigliere di opposizione Carlo Grassi. E sarà il capogruppo di minoranza, un'ora più tardi, ad essere accusato di diffamazione nei confronti del Comune.
Prende la parola il sindaco, Antonio Badolato, elencando cronologicamente i passaggi che hanno caratterizzato la vicenda avviata il 30 settembre, con un sopralluogo dell'Asl nel cantiere. Le analisi, ricorda il sindaco, hanno riscontrato la presenza di amianto nel terreno utilizzato come fondo per le strade in costruzione, dove sarebbe dovuta sorgere la nuova scuola di Levata. È scattata la segnalazione alla Procura, che ha disposto il sequestro del cantiere, affidando ai carabinieri del Noe, nuovi accertamenti.
La situazione a oggi? «Attendiamo una risposta _ dice Badolato _ e appena sapremo qualcosa, ci muoveremo di conseguenza. Nel frattempo però, i residenti non corrono rischi». Un'affermazione sostenuta dal vicesindaco, Giuseppe De Donno, che parla di strumentalizzazione mediatica: «Inutili allarmismi e tensioni sono stati creati anche dalla stampa. L'amianto è sempre stato diffuso sui territori, e fino al '92, ne siamo stati continuamente esposti. I dati mostrano che qua non sono aumentate le patologie ad esso connesse, e questo, unito alle comunicazioni di Asl, è sufficiente a eliminare ogni timore». Sarà...
Grassi accusa il Comune di aver sminuito la faccenda: «Sono indignato per come sono stati condotti gli avvenimenti. Il tentativo è forse quello di nascondere la vera quantità di inquinamento creata, di cui tutti paghiamo le conseguenze». Il consigliere si chiede la ragione del coinvolgimento della ditta di Buscoldo, Capiluppi, già sotto inchiesta per il caso di Valdaro. «Ciò che è evidente _ prosegue Grassi _ è che non si riesce a fermare le lottizzazioni. E per di più, si scopre che le ditte che lottizzano fanno uso di amianto. Dovremmo dimostrare di essere una città di valori, invece, Curtatone rispecchia l'Italia, e la drammatica situazione delle mafie, che dal sud sono arrivate al nord».
A rispondere è il sindaco: «Per prima cosa _ precisa _ bisognerebbe se mai parlare di 'Ndrangheta o Camorra, ma la nostra realtà ne è molto lontana. Anzi, molteplici sono stati gli interventi a favore della legalità, in più ambiti, e contro la micro-criminalità organizzata. Solo se privi di raziocinio si potrebbe attribuire a Curtatone una situazione di illegalità, e diffamare in tal modo il Comune». (ele.car)
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SUZZARA
I testimoni di mafia agli studenti: vietato il silenzio
SUZZARA «Leggete, informatevi, tenete d’occhio le pagine dei giornali che parlano dei vari fenomeni mafiosi: dalle infiltrazioni negli appalti pubblici, agli attentati, alle estorsioni ai morti...

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SUZZARA
«Leggete, informatevi, tenete d’occhio le pagine dei giornali che parlano dei vari fenomeni mafiosi: dalle infiltrazioni negli appalti pubblici, agli attentati, alle estorsioni ai morti amazzati. A Cosa Nostra e all’ Ndrangheta non piace che si parli dei loro loschi affari. Non vogliono clamore ma solo omertà e silenzio. Alle mafie da fastidio che si parli di mafia». Questo l’invito rivolto dal giornalista e scrittore Aldo Pecora, fondatore del movimento “E adesso ammazzateci tutti” autore del libro “Primo Sangue” in cui ha ricostruito l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto il 9 agosto 1991, e che, di fatto, ha aperto la stagione delle stragi di mafia culminata con l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino. “Dalla testimonianza all’azione”, era infatti il titolo dell’iniziativa che si è svolta ieri all’istituto Manzoni di Suzzara al quale sono intervenuti oltre ad Aldo Pecora, la figlia del giudice ucciso 20 anni fa, Rosanna Scopelliti e Massimo Brugnone, coordinatore del movimento “Ammazzateci tutti” della regione Lombardia che segue i processi dei boss mafiosi nelle aule di giustizia. Una giornata di impegno e di sensibilizzazione civile contro le mafie, ed in modo particolare contro l’Ndrangheta che ha posato i suoi tentacoli anche nel nord Italia: colletti bianchi, avvocati, professionisti al soldo dei boss mafiosi per infiltrarsi negli appalti pubblici. Gli studenti si sono divisi in vari gruppi: in aula magna si è svolto il dibattito con la drammatica testimonianza di Rosanna Scopelliti che a soli 7 anni, ha saputo dell’omicidio del padre dalla televisione; nell’aula 63, Claudio Meneghetti, autore del libro “Ndrangheta” ha tenuto un laboratorio sul tema “L’infiltrazione mafiosa a Mantova” attraverso l’analisi e il collegamento degli articoli pubblicati negli ultimi 20 anni dalla Gazzetta di Mantova e Reggio; nell’aula 55 è stato proiettato il film di Marco Tullio Giordana “I Cento Passi” che racconta dell’omicidio di Peppino Impastato; nell’aula 64, Luisa Ravagnini, criminologa, ricercatrice dell’Università di Brescia ha tenuto un laboratorio su “Criminologia e applicazione della pena e delle responsabilità sociali” ed infine, l’associazione “Libera” di Mantova, nella palestra dell’ala storica, ha trattato il tema “Dalla mafia alla legalità”.
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curtatone
Le mafie a Mantova Dibattito aperto con Luigi Caracciolo
CURTATONE (Levata) Un incontro pubblico per capire se e quanto la malavita organizzata è presente nel Mantovano. Il Circolo dei lettori organizza una serata sul tema a Levata. Interverranno Claudio...

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CURTATONE (Levata)
Un incontro pubblico per capire se e quanto la malavita organizzata è presente nel Mantovano. Il Circolo dei lettori organizza una serata sul tema a Levata.
Interverranno Claudio Meneghetti, autore del libro “‘Ndrangheta all’assalto dei Gonzaga” e Luigi Caracciolo, docente di scienze criminali all’istituto Fde e promotore del questionario sulla percezione delle mafie nella popolazione della provincia di Mantova.
L’appuntamento è mercoledì 7 dicembre alle 21 nella sala civica di Levata. L’incontro è gratuito e aperto a tutt
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Un calcio alla mafia con l’Italia sul campo confiscato
Rizziconi, la Nazionale che domani affronterà l’Uruguay fa visita all’impianto creato grazie all’impegno di Libera

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RIZZICONI (Reggio Calabria)
Una grande festa e un messaggio forte: tutti uniti nella lotta alle mafie. Grande entusiasmo a Rizziconi dove il pullman che trasportava la Nazionale è stato accolto da un migliaio di persone, in gran parte bambini con cappellini di color verde, bianco e rosso. Il presidente della Figc Giancarlo Abete e il ct Cesare Prandelli hanno onorato la promessa fatta a Don Luigi Ciotti portando gli azzurri, reduci dalla vittoria in Polonia e attesi domani all’Olimpico di Roma dall’amichevole contro l’Uruguay, ad allenarsi sul campo sequestrato alla ’ndrangheta. «È un segno, è il potere dei segni contro il potere della mafia» sono state le parole del fondatore di Libera. Il campo di Rizziconi è stato costruito su un terreno confiscato nel 2003 alla ’ndrangheta della zona di Gioia Tauro. Su quell’impianto è nata una scuola calcio frequentata da oltre 100 ragazzi tra i 6 e i 14 anni e quella di ieri è stata la 3ª inaugurazione visto che alle due precedenti sono seguiti interventi della ’ndrangheta che ha devastato il campo. «La Nazionale è sempre un simbolo ed è importante che attraverso le iniziative della Nazionale si trasmettano messaggi positivi» è il pensiero di Abete. Con gli azzurri c’era anche Rino Gattuso, calabrese doc. «Andiamo via arricchiti, siamo rimasti colpiti dalle parole di Don Ciotti, dalla partecipazione dei ragazzi - ha detto Prandelli - Sono convinto che abbiamo partecipato a una giornata storica». Per capitan Buffon «era un dovere morale essere qui, un senso di responsabilità che bisogna avere in occasioni simili» ha detto infine capitan Gigi Buffon. Sul campo da calcio a 5 gli azzurri si sono poi divertiti e hanno divertito il pubblico e com’era facile immaginare uno dei campioni più celebrati è stato Mario Balotelli, tra i simboli della nuova Italia di Prandelli. «Mario ha qualità eccezionali e fa piacere che lui abbia fatto il primo gol in Polonia e che sia circondato dall’affetto, dalla fiducia, dalla simpatia non solo di Prandelli ma anche di tutta l’opinione pubblica italiana», il commento di Abete. Prima di ripartire per Roma l’invito del ct azzurro alla popolazione locale a non mollare, «non siete soli», le parole di Prandelli.
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Braccio di ferro su Villa Azzurra
Il geriatrico di Borgoforte primo dei quattro beni strappati ai clan
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BORGOFORTE
Confiscare i beni ai mafiosi e utilizzarli per finalità di carattere sociale: è l’obiettivo della legge approvata nel 1996 su input di Libera. Un passo fondamentale per sottrarre quella ricchezza illecita e quel consenso sociale che sono due pilastri portanti della forza e della prepotenza mafiosa. Dal 2009 però è prevista la possibilità che i beni non utilizzati vengano venduti all’asta: con il rischio che finiscano di nuovo in mani mafiose.
In provincia di Mantova sono quattro i comuni in cui si trovano beni già colpiti da decreti di confisca alla mafia. Oltre alla villetta di viale Lenin, a Suzzara, figurano un’azienda a Roverbella, una casa a Libiola di Serravalle e la casa di riposo Villa Azzurra di Borgoforte.
ROVERBELLA. La sede legale di una società immobiliare e di vendita all'ingrosso di materiali e prodotti tipografici è stata confiscata perché in odore di ’ndrangheta. Non è ancora stata decisa la destinazione.
SERRAVALLE.Nel 2002 la Guardia di Finanza di Lecce sequestrò a Libiola di Serravalle due immobili in via Cimitero, che costituivano l'ex osteria Martini, dal 1998 di proprietà di Angelo Guerrise e Francesco Torsello, accusati a vario titolo di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. A vendere l'immobile era stato uno dei due eredi Martini, Vito, in difficoltà economiche. L'assegno che ricevette, però era scoperto. Ora la casa, che stava andando in malora, è stata abbattuta dal Comune perché era a rischio crollo.
BORGOFORTE. La casa di riposo Villa Azzurra di Borgoforte è uno dei beni confiscati a Luigi Faldetta, esponente di spicco della mafia siciliana. È gestita dalla cooperativa Solidarietà presieduta da Guerrino Nicchio.
La confisca dei beni venne fatta quando i lavori per la casa di riposo erano appena iniziati. La cooperativa, che paga le rate del mutuo acceso dal Tribunale di Palermo, ha la struttura in affitto fino al 2017. Da qui la polemica tra gli enti locali sulla destinazione finale, in particolare la Provincia vorrebbe che la struttura venisse affidata all’Aspef.
31 ottobre 2011
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Sono mesi che la Lega chiede lo stato d’allerta»
Luca De Marchi, capogruppo della Lega in consiglio comunale, interviene nel dibattito sulla mafia che, in questi giorni, sta monopolizzando l’opinione pubblica. L’esponente del Carroccio tiene a...

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Luca De Marchi, capogruppo della Lega in consiglio comunale, interviene nel dibattito sulla mafia che, in questi giorni, sta monopolizzando l’opinione pubblica. L’esponente del Carroccio tiene a precisare che già nel mese di luglio aveva “raccomandato” alla giunta di contrastare l’allargamento della criminalità organizzata. Nel documento presentato all’epoca all’esecutivo di via Roma, De Marchi evidenzia come vi sia un radicamento delle mafie nelle regioni del Nord. E aggiunge: «Alcuni capoluoghi di provincia, tra cui Mantova, risultano avere una ragguardevole esistenza di famiglie collegate a clan della camorra e della ’ndrangheta, dedite in primis all’imprenditoria edile e al racket, con l’obiettivo successivo di entrare nei concorsi per gli appalti pubblici nei vari enti locali ed estorcere denaro alle attività commerciali». Il documento si conclude con l’invito all’amministrazione comunale a tenere alta la guardia e a non pensare che nella comunità mantovana il cancro delle mafie non possa colpire. «Il nostro gruppo ritiene che ogni provvedimento preso per contrastare la criminalità organizzata diventi più efficace se non nascono contrapposizioni ideologiche. Nel rispetto delle diverse opinioni riteniamo le mafie ed ogni forme connessa un male terribile ma curabile. Ogni provvedimento preso da qualsiasi ente o istituzione di ogni livello e collocazione politica, diventa importante e positivo se si assume un senso di responsabilità, consapevolezza e unità. Il nostro gruppo ha fiducia nello Stato e nelle istituzioni, dalle forze di polizia ai magistrati e a tutte quelle persone che sono in prima linea».
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da sfogliare In oratorio e libreria Doppio incontro Il titolo salda legalità e Italia: Legalitàlia. Così a Cerese, dove il 4 novembre Mario Andrigo e Lele Rozza presenteranno il libro “Le radici...

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da sfogliare
In oratorio e libreria
Doppio incontro
Il titolo salda legalità e Italia: Legalitàlia. Così a Cerese, dove il 4 novembre Mario Andrigo e Lele Rozza presenteranno il libro “Le radici della ’ndrangheta” (Nutrimenti). L’appuntamento è alle 21 nel teatro parrocchiale. L’indomani gli autori saranno ospiti della libreria Nautilus di Mantova, in piazza 80° Fanteria, alle 17.30. Il volume declina la ’ndrangheta in modo chiaro, attraverso una serie di lemmi
e una galleria di storie emblematiche. Un capitolo è dedicato alle infiltrazioni in Lombardia.
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a ’ndrangheta nel Mantovano Serata all’Itc
VIADANA “La ’ndrangheta all’assalto delle Terre dei Gonzaga”: stasera alle 21, (e non ieri, come pubblicato erroneamente ) nell’auditorium Itc, Claudio Meneghetti presenta un reportage sulle mafie...

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VIADANA
“La ’ndrangheta all’assalto delle Terre dei Gonzaga”: stasera alle 21, (e non ieri, come pubblicato erroneamente ) nell’auditorium Itc, Claudio Meneghetti presenta un reportage sulle mafie radicate nel territorio. L’inchiesta è stata condotta sulla base degli articoli di cronaca della “Gazzetta”. All’incontro, promosso dal Movimento 5Stelle, interverranno Enrico Bini, presidente della Camera di Commercio di Reggio (ente che ha adottato protocolli per garantire la trasparenza delle attività economiche) e il consigliere regionale dell’Emilia Giovanni Favia. Diretta su Radio Circuito 29 . (r.n.)
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Sodano: mai sentito profumo di mafia
«Guai però ad abbassare l’attenzione». E Libera accusa: negare l’evidenza è fare un favore alla criminalità

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di Igor Cipollina
Domanda secca, al di qua di calcoli politici e risse consiliari: possibile che Mantova sia davvero impermeabile al dubbio, l’ombra, il sentore di mafia? Nicola Sodano risponde nì: «Lo possono dire soltanto le autorità che hanno il compito istituzionale di seguire queste cose. Io, come sindaco e architetto, per di più originario della Calabria, posso assicurare di non aver mai sentito il profumo della mafia. Lo dico con molta sincerità e, forse, ingenuamente. Guai, però, ad abbassare la guardia. L’incendio alla Villagrossi di Rivalta? Le modalità richiamano a metodi mafiosi, ma non ci sono elementi certi».
Oltre c’è la reazione di partito, lo scatto di reni della maggioranza decisa a scrollarsi di dosso il sospetto di minimizzare il “problema”. O, peggio, di ostinarsi a negarlo. Soprattutto dopo l’intervento affilato del procuratore capo Antonino Condorelli: «I classici sintomi della presenza mafiosa si colgono anche qui, siamo in una fase di rilevante allarme. Monitorare ogni realtà sospetta è dovere anche delle amministrazioni». Quasi un richiamo dopo la bocciatura della commissione antimafia e l’approvazione di un emendamento che, tra le premesse, recita testualmente: «il fenomeno ha investito molti Comuni, ma fortunatamente allo stato attuale non il nostro». Vero, qualche riga più avanti si afferma la necessità di «continuare nel lavoro di denuncia di tutte le forme di infiltrazioni mafiose, incentivando comportamenti di legalità da parte dei rappresentanti di tutte le istituzioni e del mondo economico e civile». Di più, confermando «la responsabilità di codesta amministrazione nell’impegnarsi per un territorio libero dalle mafie». Però la smagliatura non passa inosservata, finisce col mangiarsi tutte le altre parole e intenzioni del documento. «Non il nostro Comune».
Il sindaco insiste, «la sostanza è che siamo tutti contro la mafia e le infiltrazioni mafiose, non potrebbe essere altrimenti». E la commissione antimafia chiesta dal Pd, dopo la rinuncia a una mozione macchinosa che avrebbe forzato i limiti del Comune? Perché no? «Una commissione non s’improvvisa in un momento, durante un consiglio comunale, c’è uno statuto da rispettare. La verità è che il Pd ha agito da solo, quasi la legalità fosse appannaggio di una parte politica. Serviva un ordine del giorno condiviso, bipartisan».
Incidente chiuso? Macché, Maria Regina Brun di Libera è durissima: «Si vuole nascondere una realtà evidente, comprovata da dati ufficiali, sappiamo benissimo che la Lombardia è la regione dove la ’ndrangheta si è radicata in modo più forte e capillare, così da più di cinquant’anni. Parlare come la maggioranza che governa Mantova, sminuendo il problema, è fare un favore alla mafia». Ce n’è anche per la «miopia» della Lega che punta il dito a sud: «Se mi entra un delinquente in casa io lo caccio fuori, non mi lascio certo corrompere». Duro anche il segretario della Cgil, Massimo Marchini: «La maggioranza ha dato prova di grande debolezza politica. Se pure ritiene che la città non sia coinvolta, come nessuno organo inquirente ha ancora provato, non dovrebbe però ignorare che i fenomeni mafiosi non hanno perimetri comunali, ma dimensione territoriale. Meglio una commissione in più dell’indifferenza, che favorisce questi fenomeni».
L’assessore provinciale Elena Magri, è garbata, non vuole entrare in collisione con il sindaco e la maggioranza in Comune, però non si sottrae al commento. «Il capoluogo è impermeabile alle infiltrazioni? In un contesto di rete, in cui c’è un’organizzazione criminale che ha come scopo quello di diramarsi, credo che la percezione sia un’altra. In ogni caso non sarebbe stato male avere un’antenna, un presidio in più sul territorio». Ma la Provincia che fa? Imbandisce un tavolo sulla legalità. Meno scientifico di un osservatorio, abbastanza largo per metterci attorno prefetto, questore e associazioni tutte.
27 ottobre 2011
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Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
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Chi è garante della nostra comunità
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infiltrazioni mafiose ndrangheta riciclaggio mafia
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Tranquilli, cari mantovani, tranquilli. Non perché la mafia tra di noi non esiste, come ci assicura il centrodestra in Comune. Ma perché le parole della Procura ci dicono che un’istituzione ancora vigile e consapevole dalle nostre parti c’è. E lavora, come può, ma lavora: per noi. “La situazione è allarmante, ciò che succede in provincia non può non interessare il capoluogo”: semplice, come una verità.
Questa non è solo una smentita dello sconcertante pronunciamento con cui il Consiglio comunale ha respinto l’idea di una Commissione che unisse governo e società locali all’impegno degli inquirenti nel capire, prevenire e contrastare l’insinuarsi del crimine più moderno e organizzato nel nostro tessuto vitale.
E’ l’imbarazzante bocciatura culturale (e non solo) di una compagine politica incapace di guardare oltre quel risaputo e modesto decalogo evocato in nome della sicurezza, sbandierato, fatto roteare nel nulla come un’arma spuntata dalle mani dei nostri Brancaleone: senza colpo ferire. Sì, gli strumenti per arginare il pericolo ci sono già tutti e tutti sono attivi.
Ma si poteva, con un segno, un gesto non simbolico, “costituirsi parte civile”: essere la parte più responsabile, i garanti, di una comunità che nei roghi recenti e vicini non vede caso né autocombustione. Né si illude, consolandosi, che la mafia possa e voglia fermarsi a Rivalta o dintorni. Avanti così, nostri prodi, ma se alla prossima volete dirci che i regali ai bambini li porta Santa Lucia, non datevi pensiero: a quello ci crediamo da soli e vogliamo crederci ancora, non c’è bisogno che votiate a maggioranza un ordine del giorno. (eg)


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Il procuratore: «Mafia a Mantova?
Sì, ci sono tutti i sintomi»
All’indomani del voto del consiglio che ha bocciato la proposta di una commissione antimafia, il procuratore Condorelli precisa che alcuni fatti recenti smentiscono il fatto che Mantova sia immune dalle infiltrazioni.


MANTOVA. La mafia esiste in molti Comuni mantovani ma non nella nostra città»: con questa ottimistica motivazione il consiglio comunale di Mantova ha bocciato la proposta di una commissione antimafia. Abbiamo chiesto al procuratore capo Antonino Condorelli se vi siano elementi concreti che possano confermare l’ipotesi sostenuta dalla maggioranza di centrodestra. La sua risposta: «Le cose che accadono in provincia non possono non interessare il capoluogo».
Il numero uno della Procura, per la prima volta da quando si è verificato l’attentato incendiario alla Villagross di Rivalta, accetta di affrontare la questione e lo fa con un argomento che suona come una sferzata alla maggioranza di via Roma.
«E’ noto che la malavita organizzata è particolarmente attratta dalle province lombarde, Mantova inclusa. Per questo, da mesi, stiamo monitorando con estrema attenzione ogni realtà sospetta. Un impegno che dovrebbe coinvolgere anche le pubbliche amministrazioni. Posso comunque affermare che, negli ultimi tempi, si colgono i classici sintomi della presenza mafiosa anche da noi.
Si tratta di un fenomeno incombente, per questo ci troviamo in una fase che definirei di rilevante allarme. L’episodio di Villagrossi è molto grave, non escludiamo alcuna pista. Siamo in una fase molto delicata delle indagini e non possiamo dire di più. Spetta a noi il compito, insieme alla prefettura, di monitorare la situazione e di concentrare l’attenzione su tutti quegli eventi che possono essere in odore di mafia o in generale di criminalità organizzata. Per quanto riguarda le pubbliche amministrazioni ricordo che per loro vale una regola “igienica”: quella di fare molta attenzione agli atti che compiono»


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«La legalità va esercitata». Al Bonomi il no alla mafia
Gli studenti di quinta raccontano ai compagni il loro viaggio nella Locride. Appello di Libera: la lotta alla criminalità è la nuova resistenza, anche al nord
mafie libera scuole
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MANTOVA. La legalità è un valore che si impara fin da giovanissimi, ma va esercitata: perché, come diceva don Milani, «non ha senso avere le mani pulite se si tengono in tasca». E' un invito a sporcarsi le mani, quello rivolto agli studenti del Bonomi Mazzolari. Riuniti nell'aula magna intitolata a Falcone e Borsellino, i ragazzi ascoltano le testimonianze di vari attori della lotta alle mafie e parlano del loro viaggio. Dal 5 al 9 settembre, infatti, una decina di allievi delle quinte è partita alla volta della Locride, terra famigerata per l'ndrangheta quanto ricca di sacche di resistenza contro la malavita.
Attraverso le foto, raccontano l'incontro con rappresentanti delle istituzioni come la giunta provinciale di Reggio Calabria, Legambiente, la cooperativa agricola Valle del Marro di Gioia Tauro. Ricordano Rocco Gatto, mugnaio di Marina di Gioiosa Ionica, ucciso nel 1977 perché ha rifiutato di pagare il pizzo, Vincenzo Grasso e don Pino Puglisi attraverso le parole di chi li ha conosciuti e mantiene viva la memoria del loro coraggio. Da ciò la docente Maria Regina Brun prende spunto per incitare i suoi studenti a sentirsi corresponsabili in questa lotta «affinché non debbano più esserci eroi che pagano con la loro vita». Anche perché, ci tengono tutti a precisare, «la mafia non è solo nel sud: anzi, è cosa nostra».
A darne testimonianza è la giornalista della Gazzetta Rossella Canadè, che riporta le ultime inchieste sulla presenza delle grandi organizzazioni criminali sul territorio, fatta di colletti bianchi, attività industriali, intimidazioni e comportamenti tracotanti in totale sprezzo delle regole. «Dovete stare attenti a questi atteggiamenti: non solo non sono da furbi, ma potrebbero essere la spia di qualcosa di più pericoloso» avvertono i relatori, sottolineando come il primo scopo delle mafie sia avvelenare la società nella quale vivono per garantire protezione ai loro traffici. «Ribellarsi e combatterle è una nuova resistenza, anche a partire da queste terre del nord: su certe cose non si può più scherzare» spiega Azzolino Ronconi, del coordinamento mantovano di Libera.
Ma cosa succede dopo che le battaglie vengono vinte e si riesce a togliere beni dalle mani delle cosche? Qui entrano in gioco le comunità. Ne porta un esempio Sara, operatrice della cascina Caccia, in provincia di Torino: «Lo stabile è stato espropriato a una famiglia mafiosa. L'abbiamo chiamato così in onore del giudice che fecero uccidere perché, parole loro, incorruttibile». Da allora serve come spazio per campi estivi, scambi di vestiti, corsi autogestiti e assemblee, mentre sul terreno circostante è stato piantato un noccioleto. Come a dire che da cosa, anche letteralmente, nasce cosa.
Margherita Grazioli
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«La legalità va esercitata». Al Bonomi il no alla mafia
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MANTOVA. La legalità è un valore che si impara fin da giovanissimi, ma va esercitata: perché, come diceva don Milani, «non ha senso avere le mani pulite se si tengono in tasca». E' un invito a sporcarsi le mani, quello rivolto agli studenti del Bonomi Mazzolari. Riuniti nell'aula magna intitolata a Falcone e Borsellino, i ragazzi ascoltano le testimonianze di vari attori della lotta alle mafie e parlano del loro viaggio. Dal 5 al 9 settembre, infatti, una decina di allievi delle quinte è partita alla volta della Locride, terra famigerata per l'ndrangheta quanto ricca di sacche di resistenza contro la malavita.
Attraverso le foto, raccontano l'incontro con rappresentanti delle istituzioni come la giunta provinciale di Reggio Calabria, Legambiente, la cooperativa agricola Valle del Marro di Gioia Tauro. Ricordano Rocco Gatto, mugnaio di Marina di Gioiosa Ionica, ucciso nel 1977 perché ha rifiutato di pagare il pizzo, Vincenzo Grasso e don Pino Puglisi attraverso le parole di chi li ha conosciuti e mantiene viva la memoria del loro coraggio. Da ciò la docente Maria Regina Brun prende spunto per incitare i suoi studenti a sentirsi corresponsabili in questa lotta «affinché non debbano più esserci eroi che pagano con la loro vita». Anche perché, ci tengono tutti a precisare, «la mafia non è solo nel sud: anzi, è cosa nostra».
A darne testimonianza è la giornalista della Gazzetta Rossella Canadè, che riporta le ultime inchieste sulla presenza delle grandi organizzazioni criminali sul territorio, fatta di colletti bianchi, attività industriali, intimidazioni e comportamenti tracotanti in totale sprezzo delle regole. «Dovete stare attenti a questi atteggiamenti: non solo non sono da furbi, ma potrebbero essere la spia di qualcosa di più pericoloso» avvertono i relatori, sottolineando come il primo scopo delle mafie sia avvelenare la società nella quale vivono per garantire protezione ai loro traffici. «Ribellarsi e combatterle è una nuova resistenza, anche a partire da queste terre del nord: su certe cose non si può più scherzare» spiega Azzolino Ronconi, del coordinamento mantovano di Libera.
Ma cosa succede dopo che le battaglie vengono vinte e si riesce a togliere beni dalle mani delle cosche? Qui entrano in gioco le comunità. Ne porta un esempio Sara, operatrice della cascina Caccia, in provincia di Torino: «Lo stabile è stato espropriato a una famiglia mafiosa. L'abbiamo chiamato così in onore del giudice che fecero uccidere perché, parole loro, incorruttibile». Da allora serve come spazio per campi estivi, scambi di vestiti, corsi autogestiti e assemblee, mentre sul terreno circostante è stato piantato un noccioleto. Come a dire che da cosa, anche letteralmente, nasce cosa.
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Trecento fiaccole per dire no alla mafia
Da Rivalta colpita nel cuore con il rogo alla Villagrossi parte il contrattacco: devono sapere che li combatteremo

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di Rossella Canadè
I primi trecento passi per dire no alla mafia sfilano per le strade di Rivalta illuminati dalla luce incerta delle fiaccole. Sfidano il freddo pungente, un freddo imprevisto dopo il caldo di un’estate che sembrava non dovesse mai finire mai. Fa lo stesso effetto, questo freddo, dell’apparizione della ’ndrangheta in terra mantovana: imprevista, inaspettata, che mette i brividi. «Non siamo più un’isola felice – lo dice chiaro Fiorenza Brioni, in uno dei primi interventi nel palco tutto da immaginare tra due alberi.
È tutto da costruire, il braccio di ferro che da oggi Mantova imbraccia contro la ’ndrangheta, a partire da questa camminata organizzata dalla sezione del Pd di Rodigo e Rivalta. E non poteva non decollare da qui, da questo paesino sul Mincio diventato un simbolo dopo l’incendio alle otto betoniere di Villagrossi, uno dei cuori pulsanti dell’economia della zona. E stasera la luce sinistra del rogo e quella gialla delle fiaccole si uniscono per formare un cono di luce su quello che nessuno fino a ieri voleva vedere. Se il commento all’unisono è «Lasciamo lavorare forze dell’ordine e magistratura» qui, a Rivalta, colta nel vivo, nessuno mette la testa sotto sotto la sabbia. Le frasi formali passano senza lasciare il segno, ma le coltellate nello stomaco fanno male e scuotono. Come quelle di Maria Regina Brun, dell’associazione Libera contro le mafie, che, avvolta nel Tricolore, invita al alzare la testa «contro la mafia e la corruzione. Perché non si divide la torta a mezzo con i delinquenti. E smettiamola di puntare il dito solo contro i meridionali, perché è il Sud che sta pagando il prezzo più alto».
Parla con la voce smozzicata dall’emozione Luciano Benfatto, di Sinistra ecologia e libertà, ragazzo di Calabria che il fischio delle pallottole lo ha sentito da vicino. «Stare tutti insieme è la nostra forza». Lo ripetono tutti, da Fiorenza Brioni, ad Alessandro Pastacci, a Benedetta Graziano, ad Alessandro Benatti, che ricorda come anche Curtatone sia stata segnata negli ultimi tempi da episodi inquietanti. Risuonano gli appelli alla legalità, alla trasparenza, all’omertà da bandire. La parola d’ordine stasera è «giù le maschere». Lo dice senza mezzi termini Gianni Chizzoni, il sindaco di Rodigo che con la sua giunta di centrodestra in una manifestazione tutta Pd, tiene accesa la speranza che la lotta alla mafia nel Mantovano possa essere bipartisan. Non ha paura di usare parole forti: «Questi attentati che hanno colpito il nostro territorio non hanno colore politico. La mafia è arrivata. L’avevamo già capito con la vicenda dei fusti tossici «per lo smaltimento dei quali abbiamo speso i soldi della nostra comunità. Ma chi li ha messi lì?»
Mentre le fiaccole si consumano tra le mani di quelli che non hanno parlato, Maurizio Fontanili, Massimiliano Fontana, Mattia Palazzi, Cesarina Baracca, Mara Gazzoni, Giovanni Buvoli, tanti assessori di palazzo di Bagno, è Marco Carra a battezzare la serata: «Questo per noi è un momento storico, da qui non si torna indietro. Questi signori sappiano che con il nostro gioco di squadra li contrasteremo. E rinnovo l’appello alla Camera di Commercio per siglare il protocollo antimafia. Non ci devono più essere incertezze».
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mafia: IL LIBRO DI MENEGHETTI
Da Reggio Emilia l’appello alle Camere di commercio
Lotta all ’ndrangheta. Fatti e non parole. La lezione arriva da Enrico Bini, presidente della Camera di commercio di Reggio Emilia, che ieri pomeriggio ha partecipato alla presentazione del libro di...
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Lotta all ’ndrangheta. Fatti e non parole. La lezione arriva da Enrico Bini, presidente della Camera di commercio di Reggio Emilia, che ieri pomeriggio ha partecipato alla presentazione del libro di Claudio Meneghetti sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Mantovano. Con lui il consigliere comunale Paolo Gianolio e il parlamentare mantovano Marco Carra. Tutti hanno espresso grande preoccupazione per gli ultimi avvenimenti legati al rogo della Villagrossi e chiedono che vi sia un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni. Le indagini sono in corso e anche per questo il procuratore capo Antonino Condorelli ha, suo malgrado, rinunciato a presenziare l’appuntamento per ovvie ragioni di opportunità. Ma qualcosa si sta muovendo anche grazie al libro di Claudio Meneghetti che ha saputo raccogliere, con grande scrupolo, le notizie relatove ad anni di infiltrazioni mafiose. Il presidente della Camera di commercio di Reggio Emilia, provincia da anni terra di conquista di Cosa Nostra, ha dato una risposta ben precisa. E lo ha fatto firmando un protocollo d’intesa con Caltanisetta, Crotone, Modena e un paio di giorni fa con l’intera regione Piemonte. Un accordo al quale Mantova non ha ancora aderito. In poche parole si tratta di uno strumento di navigazione, a cui carabinieri e polizia possono accedere con un semplice clic, che permette di visualizzare le relazioni che esistono tra persone e imprese. Che si traduce in un attento monitoraggio degli appalti pubblici, con una tracciabilità dei pagamenti con la collaborazione della Banca d’Italia. Strumenti conoscitivi che presto saranno regolati da un’ulteriore intesa con il ministero dell’Interno.
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«Più controlli su piazzale Mondadori»
Occhi puntati sul cantiere: è l’intervento da 60 milioni di euro il fulcro delle indagini sul rogo delle 8 betoniere alla Villagrossi di Rivalta


MANTOVA. Occhi puntati su piazzale Mondadori. È l’intervento da 60 milioni di euro il fulcro attorno a cui ruotano le indagini dei carabinieri sul rogo delle otto betoniere alla Villagrossi di Rivalta. In attesa che gli accertamenti mettano a fuoco il giro delle commesse, le forniture, rivalità e concorrenze intorno ai lavori, l’input è quello di potenziare i controlli: sulla sicurezza, sull’intervento e sulle carte.
È quanto emerso dalla riunione di giovedì mattina del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocato d’urgenza dopo l’incendio doloso, l’ultimo di una serie di inquietanti episodi che stanno facendo intravedere la mano lunga di individui legati alla ‘ndrangheta calabrese. Durante l’incontro, a cui hanno preso parte il prefetto, i rappresentanti delle forze dell’ordine e gli assessori di Provincia e Comune di Mantova, è stata presa in esame tutta la situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica, proprio sotto lo specifico profilo delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata.
Pur nell’assenza, allo stato attuale delle indagini, di elementi concreti di riscontro, la riunione ha confermato che l’attenzione è massima, soprattutto nel settore dell’edilizia, da anni territorio privilegiato per il riciclaggio del denaro sporco. Sulla Villagrossi nessuna ombra: la ditta è una delle più floride e serie del settore, con un giro d’affari di 10 milioni di euro l’anno. La fornitura di calcestruzzi per i lavori di piazzale Mondadori potrebbe però aver suscitato l’invidia e la ritorsione di qualcuno che non ha esitato ad utilizzare un metodo di stampo inequivocabilmente mafioso. Tutte le ipotesi sono aperte: al comitato le forze dell’ordine hanno rinnovato l’impegno a operare in stretta sinergia per intensificare i controlli e la vigilanza. (r.c.)
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nuovo comandante dei carabinieri
"Pronto a spendermi per Mantova"
Carabinieri, il colonnello Roberto Campana insediato al vertice di via Chiassi: «Questa è una città tranquilla ma alcuni episodi meritano di essere approfonditi»
sicurezza carabinieri
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MANTOVA. Sono contento di essere qui, è una città bellissima che conoscevo già attraverso la mia attività di capo ufficio operazioni della Legione Lombardia». Per il colonnello Roberto Campana l’arrivo in via Chiassi sembra essere tutt’altro che un mattone sulla testa, nonostante il rogo doloso dell’azienda di Rivalta che ha cronometrato il suo arrivo. «Allarme ’Ndrangheta? Stiamo vedendo: indaghiamo sia sull’episodio in sè che su tutto ciò che è accaduto in precedenza e vi si possa collegare».
Uomo pragmatico e schietto, e anche dotato di una cordialità incline alla battuta, il nuovo comandante provinciale dell’Arma mette subito in chiaro una cosa. «Ho sentito dire che alcuni mantovani considerano questa la provincia dei furti - dice - ebbene, se c’è un allarme non riguarda la sicurezza, ma semmai la percezione della sicurezza. Basti dire che una piccola città come quella di Lecco conta più furti di Mantova».
Nativo di Civitavecchia, cinquantun anni, il fisico asciutto di chi ama lo sport - «mi piacciono lo sci e il tennis» tiene a sottolineare - Campana ha moglie e due figli, un ragazzino di tredici anni e una ragazzina di undici, che ha lasciato a Brescia, una delle province dove ha prestato servizio.
Il suo primo incarico è stato, da giovane tenente alle prime armi, a Salerno. Poi, non molto distante, la destinazione di Napoli. Incarichi che hanno creato le fondamenta della carriera dell’ufficiale dei carabinieri, destinato poi al Bresciano, in due diversi ruoli e al comando del reparto operativo di Varese.
Nel settembre di otto anni fa Campana, poco più che quarantenne, ha avuto il suo primo incarico di comandante provinciale, a Belluno. Dopo di che il comando generale gli ha affidato l’incarico di capo ufficio operazioni della Legione Lombardia, una sorta di osservatorio di strategia e raccolta di informazioni che ha come ambito territoriale l’intera regione. Al suo arrivo a Mantova Campana ha avuto il piacere di ritrovare un amico e collega, il comandante del nucleo investigativo colonnello Gerardo Renzi, con cui ha condiviso gli albori della professione e alcune tappe della carriera nell’Arma.
Campana ha incontrato la stampa nel suo nuovo ufficio di via Chiassi e ha intrattenuto i giornalisti offrendo uno spuntino di metà pomeriggio. Ed è solo uno degli incontri che scandiranno questo primo periodo di permanenza a Mantova. Nei prossimi giorni per lui un fitto calendario di incontri istituzionali.
05 ottobre 2011
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Villagrossi consegna la lista dei debitori Una pista per il rogo?
L’azienda ricostruisce con i carabinieri anni di affari E spuntano i no a spartire le commesse con i concorrenti


di Rossella Canadè
RODIGO (Rivalta)
«Ci chiamano da tutt’Italia, ogni minuto. Guardi, i nostri telefonini sono perennemente scarichi. Leggono i titoli sui giornali e ci chiedono in che guai ci siamo cacciati. Non per curiosità o diffidenza, ma per manifestarci solidarietà, appoggio aiuto. Tutti ci conoscono e sanno come lavoriamo. Quello che è successo è stato un fulmine a ciel sereno». È una donna garbata, Teresa Villagrossi, una che misura le parole ad una ad una per non farsi scappare accenti di polemica, di rabbia. Per non ferire nessuno, anche dopo che il rogo che ha distrutto le betoniere ha rischiato di mandare all’aria la ditta. «Non ce l’hanno fatta. La nostra attività continua, e continueremo a dare lavoro ai nostri dipendenti. È questa la cosa più importante». Pensa a loro, quando sente parole come mafia, ’ndrangheta, cosche del mattone, «ho paura che abbiano paura, ecco, questo. Ma la solidarietà che tutti ci stanno dimostrando ci fa andare avanti».
Cresciuta a fatica e conti da far quadrare, in mezzo a gente che si alza all’alba e va a letto al tramonto, i mafiosi se li immagina con coppola e mitraglietta a tracolla, gente con cui i Villagrossi non hanno mai avuto a che fare. Sabato ha toccato con mano che mafia significa anche ritorsione, ricatto, intimidazione, avvertimento. Vendetta di qualcuno che hai danneggiato, magari senza saperlo. Perché lavori più di lui, perché hai i prezzi più bassi, perché non scendi a patti. Qualcuno che non esita a fartela pagare, con i mezzi drastici della criminalità organizzata: colpirne uno per educarne cento. Questa mafia a Teresa Villagrossi sembra meno lontana. «In questi ultimi anni, con la crisi del nostro settore, ci siano trovati ad aver a che fare con gente che non pagava. Abbiamo dato queste grane in mano al nostro avvocato, che ha fatto dei decreti ingiuntivi per farci recuperare gli insoluti. Non escludo che qualcuno sia fallito o che si sia trovato in serie difficoltà. E abbia visto in noi il suo nemico, quello che lo aveva mandato a gambe all’aria». Registri, carte, fatture: in queste ore i Villagrossi stanno passando al setaccio la contabilità, le lettere di ingiunzioni di pagamento che poi verranno acquisite dai carabinieri. Con cifre e nomi in mano, la caccia ai piromani e ai loro mandanti potrebbe trovare un sentiero. «La fame di soldi può spingere le persone a compiere gesti sconsiderati. Uno si sente danneggiato e perde la testa. Posso immaginarlo. Ma non riesco a capire chi possa essere. È capitato anche che abbiamo smesso di vendere il calcestruzzo a qualcuno dopo che non ci aveva pagato alcune forniture. Questo crea danno, è indubbio, perché se una ditta non arriva allo stato di avanzamento lavori paga ingenti penali. Forse è uno di questi, ma io non sono in grado di saperlo. Forse abbiamo fatto uno sgarbo a qualcuno, e questo mi ha bruciato i camion. Non lo avremmo mai immaginato».
A Rivalta non sono mai arrivate minacce, né preavvisi di rappresaglie, «le uniche cose che mi sono venute in mente in queste ore convulse sono le conversazioni con alcuni concorrenti, o meglio colleghi che in alcune occasioni ci hanno chiesto con insistenza di spartire con loro i lavori più grossi. Perché ne abbiamo tanti, non solo piazzale Mondadori. Non abbiamo partecipato a gare, ma sono state tutte trattative private: le nostre offerte evidentemente erano le più convenienti». Alcuni impresari del settore si sono già offerti di dare una mano, con macchine in prestito o a noleggio, «con questi aiuti non avremo problemi».
I fotogrammi che ritraggono l’incursione dei due piromani all’interno della Villagrossi sono all’esame dei carabinieri di Mantova, che hanno già interessato i comandi interprovinciali della Dia e della Dda, ma i titolari dell’impresa hanno potuto visionarli, «sapevano come muoversi e, dato che sui nostri dipendenti mettiamo la mano sul fuoco, significa che ci hanno studiato».
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