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POESIE MONDANE
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 MessaggioInviato: Dom Gen 25, 13:21:42  POESIE MONDANE
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  nuvolotta

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POESIE MONDANE
23 aprile 1962
Una coltre di primule. Pecore
controluce (metta, metta, Tonino,
il cinquanta, non abbia paura
che la luce sfondi - facciamo
questo carrello contro natura!).
L’erba fredda tiepida, gialla tenera,
vecchia nuova - sull’Acqua Santa.
Pecore e pastore, un pezzo
di Masaccio (provi col settantacinque,
e carrello fino al primo piano).
Primavera medioevale. Un Santo eretico
(chiamato Bestemmia, dai compari.
Sarà un magnaccia, al solito. Chiedere
al dolente Leonetti consulenza
su prostituzione Medioevo).
Poi visione. La passione popolare
(una infinita carrellata con Maria
che avanza, chiedendo in umbro
del figlio, cantando in umbro l’agonia).
La primavera porta una coltre
di erba dura tenerella, di primule...
e l’atonia dei sensi mista alla libidine.
Dopo la visione (gozzoviglie
mortuarie, empie - di puttane),
una «preghiera» negli ardenti prati.
Puttane, magnaccia, ladri, contadini
con le mani congiunte sotto la faccia
(tutto con il cinquanta controluce).
Girerò i più assolati Appennini.
Quando gli Anni Sessanta
saranno perduti come il Mille,
e, il mio, sarà uno scheletro
senza più neanche nostalgia del mondo,
cosa conterà la mia «vita privata»,
miseri scheletri senza vita
né privata né pubblica, ricattatori,
cosa conterà! Conteranno le mie tenerezze,
sarò io, dopo la morte, in primavera,
a vincere la scommessa, nella furia
del mio amore per l’Acqua Santa al sole.
23 aprile 1962
Scheletri col vestito di Toscano,
la cravatta di Battistoni (a milioni,
basta la Pasquetta per darne un’idea).
Prati convessi e immensi, in panoramica,
mostrano gruppi degni di Mizoguchi
(l’erbetta - cresciuta dalla maledetta
intossicante luce d’aprile, luce
per puzzolenti pastori - sotto,
sfondo universale: in superficie,
superstiti grisaglie, cappelletti verdi
su casacche rosso mattone o morello,
lucenti utilitarie, pittoreschi
gruppi, al gioco della palla,
a un déjeuner sur l’herbe, in ozio,
con tendoni o tappeti al sole:
e dietro, le borgate orientali,
appunto: calce viva e mattoni,
su Cafarnai senza tetti, squadrati,
in distese sul profilo dei prati
convessi, immensi, dove brucano
i milioni di scheletri viventi).
Moravia mi consola sui loro piani:
farmi morire per cancro da scandalo,
non lo vorrebbero, perché io apparterrei,
infine, alla classe dirigente.
(............................
........... [omissis])
Ah, borghesia
sì, vuoi dire ipocrisia: ma anche
odio. L’odio vuole la vittima, e
la vittima è una. La luce è monumentale,
forza, forza, approfittiamone, forza
il cinquanta e il carrello a precedere:
vengono Mamma Roma e suo figlio,
verso la casa nuova, tra ventagli
di case, là dove il sole posa ali
arcaiche: che sfondi, faccia pure
di questi corpi in moto statue
di legno, figure masaccesche
deteriorate, con guancie bianche
bianche, e occhiaie nere opache
- occhiaie dei tempi delle primule,
delle ciliege, delle prime invasioni
barbariche negli «ardenti
solicelli italici»... Sono altari
queste quinte dell’Ina-Casa,
in fuga nella Luce Bullicante,
a Cecafumo. Altari della gloria
popolare. Penso con pace al mio
scheletro, alla mia polvere,
nei millenni: e con pena agli scheletri
viventi dei borghesi che cercano
il male - vero, il Possesso,
pretestuale, il Sesso - là dove la morte
è più imparziale nel dissolvere.
25 aprile 1962
Quando una troupe invaderà le strade
di stanotte, sarà una nuova epoca.
Perciò: goditi anche questo dolore.
L’idea di fare un film sul tuo suicidio,,
tuona nei millenni... si ricongiunge, indietro,
a Shakespeare... è sesso, grandezza
della libidine, sua soavità...
Il protagonista è macellato:
una bolla d’aria gonfia la sua pelle,
potrebbe volare per il terrore.
Una spaccatura gli scende dal palato
allo sterno, e irradia dei tremiti
per tutto il corpo: l’intossicazione
gli buca lo stomaco, gli dà la diarrea.
Suicidarsi, è la più semplice idea
che gli possa venire: entra, frattanto,
in un cinema (son anni che non lo fa,
così, da solo) e sui brevi spazi
del suo spasimo viscerale, ecco,
in montaggio alterno, gli enormi
spazi a colori della pubblicità.
Frigoriferi, dentifrici, gote
sorridenti. Poi andrà fuori.
La notte, col profumo dei tigli,
benché sia tardo aprile, quasi maggio.
Ma quell’anno la primavera stentava
a farsi avanti. La città era lucida,
e tremavano fanali, in quel lucore
di facile effetto - umido, pesante,
più pesante dell’odore stesso dei tigli
compressi, sprofondati nell’aria -
tremavano fanali di tram e automobili
come per una fuga atomica, per l’ultima
cena del mondo, o per la più recente,
con silenzioso orgasmo: mucchi
di luci in corsa, sgranati
lungo le curve d’una circonvallazione.
Con montaggio illogico, si vedrà,
poi, lui che cammina in una periferia
ancora più remota: siepi
gocciolanti, muretti di vecchi
casolari... e, un improvviso spazio
sereno, quasi primaverile, magari
con la luna su rappacificate nuvole:
in mezzo a quell’odoroso spazio,
quel vuoto di libertà campestre,
ecco cani che abbaiano, voci festose
di ragazzi - quelli del Mille,
o del futuro più lontano. Un piccolo
colpo di pistola. E «Fine». Ah,
siepi gocciolanti, china gonfia
della spudorata erba primaverile,
su monticelli traforati di cave,
dolci Tebaidi dove la natura ignorata
dagli uomini nuovi, festeggia l’aprile.
13 maggio 1962
Vedo la troupe in ozio, nel fondo
di una nera ora di pioggia: oh come
sa, ognuno - nello sbandamento
che rende tutti uguali, forme
che, sull’essere uomini, sul modo
di avere faccie o grinte umane,
non hanno dubbi - mostrarsi contento
di sé. Narcissismo! sola forza
consolatoria, sola salvezza!
Ad ogni livello, dalla comparsa
(perché cara al capogruppo), al
regista (perché conscio dell’arte),
nessuno manca dell’istinto di affermarsi,
proprio perché è quello che è.
Chi si appoggia a un muro, moro
com’è, come si deve; chi ride
a gambe larghe su una soglia,
e ride perché nell’ironia
pare più vinta ogni illecita voglia;
chi tace, seduto sopra una cassetta,
perché anche chi tace ha
la sua pena che lo fa soddisfatto;
chi è contento di una giovane
faccia crudele, chi di un’altrettanto
crudele faccia di vecchio coatto;
chi allude ad amicizie sicure,
purché di un solo grado più alte;
chi con piglio spagnolesco
- un Caravaggio - si gonfia del lavoro,
e chi, lazzarone - un Gemito -
dell’ozio. Il popolo più analfabeta
e la borghesia più ignorante d’Europa.
Gianduia, guardi col vetrino
se per caso tornasse il sole; vedo
le nubi stracciarsi sugli attici
degli altari a sei piani di Cecafumo
con asimmetria sparsi sui prati
neri dei Caetani. Solo il sole
imprimendo pellicola può esprimere
in tanto vecchio odio un po’ di vecchio amore.
10 giugno 1962
Un solo rudere, sogno di un arco,
di una volta romana o romanica,
in un prato dove schiumeggia un sole
il cui calore è calmo come un mare:
lì ridotto, il rudere è senza amore. Uso
e liturgia, ora profondamente estinti,
vivono nel suo stile - e nel sole -
per chi ne comprenda presenza e poesia.
Fai pochi passi, e sei sull’Appia
o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,
per tutti. Anzi, meglio è complice
di quella vita, chi stile e storia
non ne sa. I suoi significati
si scambiano nella sordida pace
indifferenza e violenza. Migliaia,
migliaia di persone, pulcinella
d’una modernità di fuoco, nel sole
il cui significato è anch’esso in atto,
si incrociano pullulando scure
sugli accecanti marciapiedi, contro
l’Ina-Case sprofondate nel cielo.
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.
12 giunto 1962
Ci vediamo in proiezione, ed ecco
la città, in una sua povera ora nuda,
terrificante come ogni nudità.
Terra incendiata il cui incendio
spento stasera o da millenni,
è una cerchia infinita di ruderi rosa,
carboni e ossa biancheggianti, impalcature
dilavate dall’acqua e poi bruciate
da nuovo sole. La radiosa Appia
che formicola di migliaia di insetti
- gli uomini d’oggi - i neorealistici
ossessi delle Cronache in volgare.
Poi compare Testaccio, in quella luce
di miele proiettata sulla terra
dall’oltretomba. Forse è scoppiata,
la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
Anzi, è così certamente. E la fine
del Mondo è già accaduta: una cosa
muta, calata nel controluce del crepuscolo.
Ombra, chi opera in questa èra.
Ah, sacro Novecento, regione dell’anima
in cui l’Apocalisse è un vecchio evento!
Il Pontormo con un operatore
meticoloso, ha disposto cantoni
di case giallastre, a tagliare
questa luce friabile e molle,
che dal cielo giallo si fa marrone
impolverato d’oro sul mondo cittadino...
e come piante senza radice, case e uomini,
creano solo muti monumenti di luce
e d’ombra, in movimento: perché
la loro morte è nel loro moto.
Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
automobili e camion, sotto gli archi,
sull’asfalto, contro il gasometro,
nell’ora, d’oro, di Hiroscima,
dopo vent’anni, sempre più dentro
in quella loro morte gesticolante: e io
ritardatario sulla morte, in anticipo
sulla vita vera, bevo l’incubo
della luce come un vino smagliante.
Nazione senza speranze! L’Apocalisse
esploso fuori dalle coscienze
nella malinconia dell’Italia dei Manieristi,
ha ucciso tutti: guardateli - ombre
grondanti d’oro nell’oro dell’agonia.
21 giugno 1962
Lavoro tutto il giorno come un monaco
e la notte in giro, come un gattaccio
in cerca d’amore... Farò proposta
alla Curia d’esser fatto santo.
Rispondo infatti alla mistificazione
con la mitezza. Guardo con rocchio
d’un’immagine gli addetti al linciaggio.
Osservo me stesso massacrato col sereno
coraggio d’uno scienziato. Sembro
provare odio, e invece scrivo
dei versi pieni di puntuale amore.
Studio la perfidia come un fenomeno
fatale, quasi non ne fossi oggetto.
Ho pietà per i giovani fascisti,
e ai vecchi, che considero forme
del più orribile male, oppongo
solo la violenza della ragione.
Passivo come un uccello che vede
tutto, volando, e si porta in cuore
nel volo in cielo la coscienza
che non perdona.
Pier Paolo Pasolini
Poesia in forma di rosa
(1961-1964)
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