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Quanti debiti nel calcio dei ricchi
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 MessaggioInviato: Mar Ott 11, 14:11:45  Quanti debiti nel calcio dei ricchi
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  nuvolotta

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Quanti debiti nel calcio dei ricchi

Nel nostro paese lo sport più popolare sta vivendo una fase di declino tra straportere delle Tv, bilanci in rosso e risultati che non arrivano

Che il calcio non sia più una cosa seria, governato da leggi diverse da quelle dello sport, o che sia diventato una cosa troppo "seria", ingestibile e rischiosa, dipende se lo si giudica col metro del tifoso o con il portafogli di un presidente di club. Partiamo dal primo. Un tempo si recava allo stadio alle due del pomeriggio, maglietta e cappellino e la felicità di identificarsi con l’Inter di Suarez o il Cagliari di Gigi Riva. La sua era una "fede" sentita, cresciuta nei cortili o all’oratorio tra campanili e bandiere che, almeno per lui, significavano qualcosa.
Oggi che non si sa più in quale giorno si giochi e a quale ora, dove si sia accasato Ibrahimovic, quale maglia la Juve indossi in trasferta e nemmeno – quel che è più grave – se i goal siano autentici o truccati dal totoscommesse, l’urlo rimane strozzato in gola. O si trasforma in urlo di rabbia. Alla fede subentra lo sconforto, appassionarsi al pallone è diventato un esercizio per fegati forti. Siamo in crisi, poveri anche di calcio. Dopo aver primeggiato nel ranking Uefa dal 1988 al 1999 (con l’eccezione del 1990), ora abbiamo perso il diritto a un posto in Champion’s League: scendono da 4 a 3, quest’anno, le italiane ammesse. Non succedeva da 12 anni. Noi, ex campioni del mondo... Ma non è solo una questione di risultati.
Il pallone gira storto da qualunque parte lo si guardi, vicino a bucarsi già prima del clamoroso slittamento di inizio campionato: debiti, contratti non firmati, scarsa capacità imprenditoriale, partite che si moltiplicano a dismisura (380 di solo campionato) per soddisfare le voglie del padrone, cioè le pay-tv, che da contratto sostengono la baracca pompando il 42% dei ricavi della serie A (dati 2010). Sky, la regina, da sola garantisce i 2/3 degli introiti del campionato. Si gioca ogni due giorni per garantire la diretta, le rose si gonfiano, per ogni calciatore che va in campo 4 sono esuberi e il sindacato protesta, mentre le società devono rientrare dai debiti da loro stesse creati. Ma quale tarlo c’è che rode alla base il sistema? Il tarlo del denaro ha rovinato il "gioco più bello del mondo". Il denaro che non basta mai. A quelli del cappellino, oggi dell’abbonamento a Sky e Premium, non è rimasto che accendere e assistere allo spettacolo. Perché fuori dagli stadi non contano nulla, e dentro si sentono sempre più degli ultrà.

I giochi sono altri
Come fare, del resto, a rimanere attaccati a una squadra se, al termine di un anno vissuto con trepidazione, a stabilire la permanenza in A, in B o in C1 sono la giustizia civile o sportiva, uno scandalo, una mancata fideiussione, i mancati pagamenti degli stipendi ai giocatori, irregolarità nei versamenti di Irpef e contributi, ritardi d’iscrizione ai tornei, punti di penalizzazione e ripescaggi. O, peggio ancora, debiti, insolvenze, fallimenti? Le partite (e i campionati, come quello del 2005/2006, riassegnato definitivamente all’Inter solo lo scorso luglio) non si vincono più sul campo e comunque non al 90°. Si vincono dove c’è maggiore forza di attrazione verso i grandi capitali finanziari (americani, russi, arabi, ecc.). Dove c’è una organizzazione del sistema più efficiente. Dove regna il professionismo e non è l’isteria a governare le società. E ciò si verifica più spesso all’estero, con il pallone nostrano ridotto a Cenerentola d’Europa.
E siamo arrivati, così, al secondo nodo, quello dei presidenti di Club. Sorvoliamo sulla competenza e sulle capacità manageriali che pure c’entrano, e sforziamoci di guardarla dalla loro parte. Se un imprenditore oggi rileva una squadra impegnata nelle serie minori, è sicuro in partenza di rimetterci mediamente 1,7 milioni di euro all’anno se è in C1, 1 milione se è in C2. Che fa, allora, se è onesto? O ci rinuncia o mette in piedi (come ha fatto la Spal in C1) un parco fotovoltaico per pagare gli stipendi ai giocatori. Se, invece, s’imbarca nei blasonati tornei di serie A o B per avere un’angolo nei salotti buoni, prima deve vedersela con le lobbies, i complotti, le dispute per i diritti televisivi (sbilanciati a favore dei club più grossi), gli stadi vuoti (che costano e non rendono), i deficit periodicamente ripianati (da chi è in condizioni per farlo), regole non da tutti condivise (l’ultima è il fair play finanziario di Platini, che parte quest’anno).
A tutto ciò assistiamo, a un calcio stretto nella morsa dell’austerity e di una crisi che è di risultati, di gioco e soprattutto di credibilità. Si fa fatica a trovare un acquirente della Roma (la cordata Usa di Thomas Di Benedetto) per una cifra alla quale, in Spagna, hanno comprato una squadretta di provincia come il Malaga.

Continente in rosso
Se l’Italia è all’impasse, nel vecchio continente il quadro è articolato con un denominatore comune: sono stati, fin qui, i capitali di mecenati o plutocrati venuti "da altri pianeti" a determinare le classifiche, molto più degli schemi di gioco o delle decisioni arbitrarli. Per non parlare della moralità nella gestione dei budget. E i capitali lasciati liberi, dove s’incanalano? Là dove le cose funzionano meglio e ci sono maggiori garanzie. Un po’ come i bond. In mezzo al mare di debiti accumulato dalle principali leghe calcio europee, qualcuno che può esibire ricavi in crescita però c’è. È la Premier League inglese, che pur essendo la più indebitata (3,9 miliardi di euro) ha raddoppiato gli introiti negli ultimi 10 anni grazie a un’organizzazione capace di convogliare i dollari americani (Liverpool e Manchester United, quest’ultimo maglia nera d’Europa con 816 milioni di debiti al passivo), i rubli dei russi (Chelsea e mezzo Arsenal) e i petrodollari arabi (Manchester City). C’è da dire che una quota consistente degli indebitamenti in questi paesi è imputabile a investimenti nelle infrastrutture sportive (stadi, ecc.) e nei vivai, mentre l’Italia (2,3 miliardi di debiti) dopo aver perso il treno dei mondiali del Novanta non ha saputo investire né nei giovani, né nelle infrastrutture, lasciandosi divorare dagli ingaggi ai calciatori che rappresentano i ¾ del fatturato contro una media europea di poco superiore al 50%.
I club della serie A, nel 2009/2010, hanno generato un fatturato di 1,5 miliardi in discesa rispetto all’annata precedente (1,6 miliardi), ma in positivo cala anche l’indebitamento finanziario netto, passato da 600 a 500 milioni (33%). Per trovare un esempio di oculatezza bisogna rivolgersi però ancora una volta all’estero. Alla Bundesliga. Da una recente indagine (PricewaterhouseCoopers) che analizza i diversi indicatori finanziari delle principali leghe europee, i tedeschi risultano i più virtuosi con debiti contenuti al 6% del fatturato. Nei loro stadi iI biglietto costa mediamente 20 euro e la fiducia nei giovani è praticata (25 anni l’età media dei giocatori) come del resto in Croazia. Poi ci sono i cugini francesi. Stanno dietro di noi, si dirà. Non è detto, poiché il loro è uno dei tornei con maggiori spazi di crescita. Adesso il Paris Saint Germain di Leonardo e Pastore, rinvigorito dal denaro fresco di una società del Quasar, può sognare. O per meglio dire, pianificare. Perché oltre ad averli, o a non averli, bisogna anche saperli far fruttare i denari. Come sanno fare i vincenti, gli spagnoli, che trionfano ovunque pur correndo col peso di enormi debiti (3,5 miliardi di euro) sulle spalle. Sono 21 le squadre iberiche in rosso. E ogni tanto qualcuna affonda. Non così il formidabile Barcellona (pur gravato da un deficit di 311 milioni, pari a quello di tutta quanta l’Nba di basket) e l’ambizioso Real Madrid (– 337 milioni) che si difendono producendo enormi fatturati e ricavando, solo ai diritti televisivi, 280 milioni di euro in due. Finché la "barca" va…
I cordoni della Borsa
E le squadre italiane? Fatturano la metà delle inglesi e delle spagnole e il delta cresce: il Real Madrid ha un giro di affari di 450 milioni di euro, il Barca di 430, il Manchester di 360, il Milan di 200-220. I soldi, come si vede, compongono già la classifica delle migliori e ci resta appena lo spazio per una sorpresa. Lo scorso anno fu lo Schalke 04, quarta in Champions League. Ma il punto – dicono in molti – è che i nostri club tranne rare eccezioni (Chievo, Udinese, Napoli) fatturano con miopia. Solo chi è capace di applicare modelli di business aziendale facendosi valere sui mercati ne esce vivo. Nell’ultimo anno la Lazio, con i suoi titoli quotati in borsa, è riuscita a guadagnare il 63,8%, ma i biancocelesti si ritrovano tra squadre turche, danesi e tedesche ai primi posti nelle classifiche europee di rendimento azionario (indice Stoxx 50).
Tornando ai tifosi, e sempre in attesa di vedere quale impatto avrà il fair play finanziario sul nostro campionato (vedi box), senza un abbonamento tv in mano oggi sono più un problema di ordine pubblico che altro. La tessera del tifoso e i tornelli agli ingressi che inorgogliscono il ministro Maroni hanno complicato l’accesso al rettangolo verde, specie in trasferta. Donne e bambini è meglio che stiano alla larga. Ci sarà davvero un futuro, così, per il gioco più "popolare" del mondo?



"Troppe squadre di professionisti"

Intervista a Cesare Bisoni, economista ma soprattutto presidente della Covisoc, la società che vigila sui bilanci delle società calcistiche italiane

Sono quattro le serie professionistiche italiane, due delle Leghe di serie A e B e due di Lega Pro (prima e seconda divisione, ex C1 e C2). In esse militano la bellezza di 119 squadre e un’infinità di calciatori che vanno e vengono: 3.000-3.500.

Non sono troppi?
"I debiti elevati dei club nascono da uno squilibrio fra costi e ricavi – premette Cesare Bisoni, professore di economia delle aziende di credito all’Università di Modena e Reggio e presidente (fresco di riconferma) della Covisoc, la commissione della Federcalcio incaricata di vigilare sulla situazione finanziaria delle squadre iscritte al campionato, nonché presidente della commissione licenze Uefa – e i costi che pesano maggiormente sono soprattutto quelli per gli stipendi dei calciatori, più gli ammortamenti relativi all’acquisizione delle loro prestazioni. Questo vale per l’Europa e per l’Italia, dove però abbiamo un numero molto elevato di società professionistiche che molti paesi non hanno. Ed è chiaro che non si può confrontare una società di seconda divisione italiana con una di serie A. Ogni anno ci troviamo a escludere dalle 15 alle 20 squadre della Lega Pro semplicemente perché non ce la fanno. Ridimensionare il numero delle società professionistiche è non solo una ipotesi di cui si parla da tempo, ma una strada che personalmente ritengo inevitabile: oggi le regole e i vincoli di natura economico-finanziaria sono praticamente gli stessi, dalla serie A alla Lega Pro. I maggiori club italiani possono continuare a indebitarsi perché la proprietà fornisce adeguate garanzie anche personali, dal momento che le società di calcio non hanno una struttura finanziaria capace di invogliare le banche a finanziarle".

Non pensa anche lei che il movimento calcistico italiano versi in una crisi profonda?
"Ricordo che una quindicina di anni fa quando arrivai alla Covisoc escludemmo squadre di città importanti come Torino e Perugia. Oggi i problemi ci sono sì ma non sono così drammatici. È vero che permane una situazione di debolezza finanziaria. È vero anche che c’è nel complesso una situazione difficile, sempre, però, se mettiamo nel computo le società di prima e seconda divisione che sono di proprietà di piccoli imprenditori, i quali risentono direttamente della crisi delle loro aziende. Per la A e la B la situazione dei bilanci direi invece che è generalmente migliorata. In Italia abbiamo in particolare il problema dei ricavi che rispetto ai costi sono proporzionalmente inferiori a confronto col resto d’Europa. Secondo il Report sul calcio 2011, l’87% dei ricavi della serie A e addirittura il 107% della serie B è rappresentato dai costi per il personale. Si tratta di dati relativi alla stagione sportiva 2009/2010 che si commentano da soli".

Ora si parte col fair play finanziario. Come lo vede il presidente della commissione Uefa che rilascia le licenze?
"Mi sembra un’idea buona che evita che si ricorra solo e sistematicamente alla copertura delle perdite da parte dei proprietari. Una delle motivazioni principali è quella di creare un maggiore equlibrio competitivo tra le società, un’altra è di fornire i presupposti perché i club sopravvivano anche in caso di ritiro dei proprietari. Va poi aggiunto che l’Uefa non vieta il ripianamento delle perdite da parte della proprietà, ma se il ripianamento supera certi limiti stabiliti dall’Uefa stessa, ora scatteranno delle sanzioni fino all’esclusione dalle coppe europee. I bilanci di quest’anno cominceranno a contare per il 2013-2014, perciò le società di serie A che partecipano alle coppe si trovano a dover rispettare da subito alcuni vincoli che, un giorno, dovrebbero essere estesi anche alle altre squadre per non creare squilibri nel campionato nazionale".

Chi si prende cura dei vivai? Lo scorso anno solo Santon, tra gli under 21, ha giocato con una certa regolarità.
"Il fair play finanziario prevede, nell’ambito della regola importante del break-even appena citata, voci di costo ‘virtuose’ che non hanno un impatto negativo sul conto economico. Si tratta degli inverstimenti negli stadi di proprietà e nei settori giovanili che, pertanto, dalle nuove regole trarranno giovamento".

E per finire Dalla Valle. Il patron della Fiorentina ha chiesto un’authority esterna per riscrivere le regole del calcio. Una buona idea, no?
"Ne ho preso conoscenza dai giornali e, francamente, non mi sono chiari i contenuti della proposta, per cui non sono in grado di esprimere un giudizio. Dico solo che allo stato attuale le regole le scrive la Federazione e che una commissione di controllo presso la Federazione già c’è".




Arriva il Fair play finanziario
Da quest’anno si fa come dice Platini

La risposta più concreta a chi invoca uno stop alle spese pazze e più rigore e programmazione nel medio-lungo periodo è, per ora, quella di Platini. L’ex fantasista della Juve, oggi numero uno dell’Uefa, prova una delle sue famose punizioni questa volta mirando all’incrocio degli asset societari. Si chiama fair play finanziario la sua ricetta. L’entrata in vigore sarà graduale a partire dalla stagione 2013-14, ma siccome prenderà in considerazione le dichiarazioni finanziare del periodo che finirà nel 2012, è questa la sua prima stagione di partenza. Si tratta di un regolamento che obbliga a tenere sotto controllo bilanci stratosferici che poi scivolano in rosso e artifici contabili come le plusvalenze che li gonfiano. Dietro c’è il concetto di break-even, equilibrio finanziario, cioè pareggio di bilancio (spendi quello che guadagni) a cui devono attenersi i club delle 53 nazioni aderenti alla Uefa. In pratica un club deve aver registrato almeno due bilanci su tre in positivo negli ultimi tre anni. Significa che prendendo in considerazioni il 2010, 2011 e 2012, tutti coloro che hanno registrato una perdita nel bilancio saranno costretti ad ottenere due bilanci positivi nelle prossime due stagioni, altrimenti le uniche competizioni a cui parteciperanno saranno quelle nazionali. Più precisamente, il regolamento tollera un rosso di esercizio fino a 15 milioni all’anno per le stagioni dal 2011 al 2014 (per un massimo di 45 milioni) e 10 milioni all’anno per le stagioni dal 2015 al 2018 (per un massimo di 30 milioni). Nella terza fase, dal 2018 in poi, i costi dovranno essere pareggiati dai ricavi.
Grandi e piccoli club saranno, inoltre, valutati anche per un “coefficiente di rischio” di cui fanno parte i debiti precedenti, il monte stipendi, il rispetto delle scadenze, la cura del settore giovanile e delle infrastrutture sportive, e non saranno più possibili operazioni esterne a copertura delle perdite.Gli indebitamenti dovranno essere ripianati mediante aumenti di capitale o attraverso donazioni, non mediante i prestiti.



Tifosi di carta e ultrà

Lo scorso anno il presidente della Triestina chiuse la gradinata dello stadio perché, diceva, onerosa da sorvegliare, ricoprendola con un telone di sagome colorate. Obiettivo: non deprimere troppo i suoi giocatori (poi retrocessi comunque in C1). Insomma, tifosi di carta, finti tifosi. Adesso l’ultimo sondaggio Demos/Coop sulla mappa del tifo in Italia sancisce, anche statisticamente, questo tramonto dei “tifosi” che scendono per la prima volta dal 2005 dal 52 al 45% della popolazione. Più della metà del paese è disincantata e non ha una squadra del cuore. A crescere sono solo i duri della curva, gli ultrà. Otto supporter su dieci si definiscono, infatti, “caldi” e “militanti”. “Nal calcio come in altri settori della vita – commenta il sociologo Ilvo Diamanti – conta vincere più che partecipare. Costi quel che costi”. In barba a tutte le regole del fair play.



Dalla Tv a Facebook
E il vecchio stadio non conta più

La maggior parte delle risorse economiche e finanziarie di una società sportiva provengono, oggi, dai diritti televisivi. Più una squadra è seguita sul piccolo schermo, più guadagna. Una torta da un miliardo di euro. Di questa somma, come recita la Legge Melandri del 2008, un club incassa il 30% sulla base dei bacini d’utenza, un altro 30% in virtù dei risultati conseguiti sul campo e il restante 40% viene ripartito in parti uguali tra tutti i club. Ma che cos’è un bacino d’utenza? È sostanzialmente il numero dei tifosi e simpatizzanti sparsi per il paese e abbonati alle pay-tv (Sky e Premium) individuato da una società di indagine demoscopica incaricata dalla Lega calcio. Non a caso sul calcolo dei bacini si scontrano ogni anno le big del campionato. Ai fratelli poveri della Lega Pro rimangono poche briciole e nemmeno: il 3% dei ricavi, dovrebbe essere, sempre secondo la legge Melandri, ma non arriva neanche l’1%. Mario Macalli, presidente di Lega Pro, parla apertamente di "furto delle grandi società" e per avere giustizia si è rivolto ai tribunali reclamando "tre anni di diritti televisivi". Se i diritti televisivi sono una torta con sempre meno zucchero (per il triennio 2012-2015 andranno tutti rinegoziati e di questi tempi...), lo stadio è il contorno, o per meglio dire una garanzia patrimoniale se lo si possiede in proprietà nonché un investimento per il calcio del futuro, che prevede cittadelle dello sport dove fare shopping e stare con la famiglia. Uno stadio insomma da vivere tutti i giorni. "Si tratta di un modo per ampliare i ricavi – spiega Cesare Bisoni, professore di economia – mentre oggi si gioca tutte le domeniche quando va bene, e quando va male una volta ogni quindici giorni e per 2 ore. Niente che possa valere l’investimento e il costo di mantenimento degli stadi". In altri paesi, come la Germania e l’Inghilterra, lo stadio di proprietà è la regola, non in Italia fatta eccezione per quello della Juve da poco inaugurato a Torino. Da noi si contano 129 stadi obsoleti e le società pagano ai Comuni affitti che nel caso di Milano sono di 7,5 milioni di euro annui. Il gettito dei biglietti è pari ad appena il 15% dei guadagni.
Intanto gli interessi e gli appetiti continuano a spostarsi. Per dare un’idea di dove vanno, ora nemmeno la televisione sembra più il mezzo migliore per far vedere le partite al mondo intero. Sky debutta infatti in questa stagione con le sue dirette in streaming sull’iPad per passare poi, nel giro di qualche mese, su smartphone e pc. Ma c’è chi ha fatto di più, tentando il grande salto sui social network che mettono sul piatto milioni di "contatti": hanno fatto notizia, quest’estate, le partite della Coppa d’Inghilterra trasmesse per la prima volta in diretta su Facebook. L’idea è venuta allo sponsor della Coppa inglese, la birra Budweiser, che ha corrisposto i diritti alla League per ospitare le partite sul suo profilo Facebook. Impensabile, fino a pochi anni fa. Un clic su "mi piace" e addio ai cori da stadio...



Claudio Strano
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