Back to the index page  
  FAQ   Cerca   Lista degli utenti   Gruppi utenti   Calendario   Registrati   Pannello Utente   Messaggi Privati   Login 
  »Portale  »Blog  »Album  »Guestbook  »FlashChat  »Statistiche  »Links
 »Downloads  »Commenti karma  »TopList  »Topics recenti  »Vota Forum

"Cambiare le regole per banche e finanza"
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno


 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Spilli ed appunti
  PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
 
 MessaggioInviato: Dom Nov 20, 22:16:10  "Cambiare le regole per banche e finanza"
Descrizione:
Rispondi citando
Messaggio
  nuvolotta

Site Admin


Admin

Sesso: Sesso:Femmina
Età: 58
Registrato: 01/12/05 18:04
Messaggi: 37521
nuvolotta is offline 




Sito web: http://www.nuvolotta.a...


NULL

"Cambiare le regole per banche e finanza"

L'Italia e l'Europ,a la crisi greca e quella dell'euro. Intervista all'economista Mario Deaglio: "Crisi drammatica, agire subito"

"Anche al di là delle vicende italiane, che pure propongono elementi davvero problematici e pesanti, la fase attuale a livello europeo e mondiale è molto grave, per non dire gravissima. Il punto è quante banche da salvare, tipo Dexia, ci sono in Europa e nell’insieme dei paesi ricchi (Dexia è la banca franco-belga salvata a ottobre con soldi pubblici perché aveva in portafoglio oltre 90 miliardi di titoli svalutati ndr). Le parole pronunciate nei giorni scorsi dai governatori della Banca centrale europea come della Federal Reserve americana, dell’Ocse come del Fondo monetario hanno sottolineato la criticità del momento. Dexia se la sono comprata i governi con i soldi dei contribuenti. Aumentando così quel debito pubblico che si vorrebbe ridurre".
A parlare è Mario Deaglio, uno dei più importanti economisti italiani, docente di economia internazionale all’Università di Torino. Con lui proviamo a ricostruire le vicende di questi mesi.
Professore, cominciamo dalla scorsa estate: sembrava fossimo dentro a una lenta a faticosa ripresa ed invece è esplosa la crisi greca?
Cosa sia successo esattamente nessuno lo sa. Quello che possiamo dire è che nei mercati sono subentrati una serie di mutamenti nelle valutazioni che dal solo debito greco si sono rapidamente trasferite a tutti i debiti sovrani europei, con un evidente impatto sulla tenuta dell’Euro. Nello stesso tempo c’è stato anche il declassamento del debito Usa che tendiamo a dimenticare mentre conferisce alla crisi una dimensione globale. Complessivamente è come se i mercati avessero preso coscienza che i paesi ricchi sono troppo indebitati e quindi a non volere più i titoli del loro debito, cominciando dai paesi piccoli come la Grecia. Ovviamente questi titoli sono detenuti da qualcuno e così la loro perdita di valore ha coinvolto i detentori, ossia principalmente banche e fondi. E nel contempo si è messo un enorme punto interrogativo sulla finanza pubblica di tutti i paesi.
Ma questo cambiamento repentino dei mercati lei lo considera razionale e comprensibile. Sull’indebitamento non c’era niente che non si sapesse già…
Questo passaggio brusco di valutazione non credo possa essere considerato razionale. Ma molto di ciò che fanno i mercati risulta irrazionale. O meglio, è razionale se misurato sul giorno per giorno, dati valori di partenza che, in questo caso, sono cambiati.
Torniamo alla Grecia. La drastica cura di tagli che è stata imposta sta producendo un ulteriore calo del Pil. E più si taglia meno la Grecia ha i soldi per pagare i debiti. Non è un meccanismo diabolico?
Assolutamente sì. Con questo meccanismo i saldi effettivi delle manovre saranno in realtà molto inferiori a quelli previsti. Perché facciamo queste mostruosità? Il motivo credo risieda nella politica interna della Germania. I soldi prestati alla Grecia vengono in gran parte da lì. Nel contempo però, i tedeschi non vogliono pagare il conto dei greci. E il governo della cancelliera Merkel, avendo subito numerose sconfitte consecutive in elezioni locali e avendo perso il controllo del Senato, non può non tener conto degli umori degli elettori.
Dopo la Grecia è stata coinvolta l’Italia. Quali le nostre colpe?
Sulla situazione italiana il giudizio è semplice: ha pesato in maniera decisiva il rischio politico e la cattiva immagine che abbiamo all’estero. Dai comportamenti anche privati del presidente del consiglio si proietta all’estero l’immagine di un paese poco serio e non affidabile. L’analista finanziario che legge le notizie dice: come possiamo fidarci del paese se chi governa si comporta così?
Nell’ultima fase il problema è ritornato a essere quello delle banche. Quelle italiane perché hanno i titoli italiani, quelle francesi perché hanno i titoli greci, Dexia perché ha titoli "tossici". Sono storie diverse?
La radice del problema non è la stessa dei debiti sovrani, ma si intreccia con quella vicenda. L’origine è nel 2007, con la crisi dei mutui subprime in Usa e il fallimento di Lehman Brothers. In parallelo, in Europa, molte banche locali, in Germania come in Belgio e in altri paesi, liberate da alcuni vincoli giuridici, avevano iniziato a speculare sui mercati mondiali assumendosi rischi enormi che non erano in grado di valutare correttamente. Così è andata a finire che per salvare diverse banche, sull’orlo del fallimento sono arrivati soldi pubblici. Il governo tedesco ha speso 40 miliardi, la Gran Bretagna è stata costretta a comprare 3 grandi banche. Eppure dopo questa serie di salvataggi le banche hanno ripreso a fare le stesse cose di prima. E mi rendo conto che ciò è impressionante e non facile da spiegare, anche perché questo mercato finanziario ha sottratto risorse agli impieghi produttivi, penalizzando le aziende.
Con le banche siamo al cuore della crisi attuale. In Europa si parla di 150 miliardi necessari a salvare il sistema. Come si affronta alla radice la questione, per non tornare da capo?
La soluzione deve essere tanto semplice quanto radicale e cioè tornare a una separazione tra l’attività speculativa e quella normale di raccolta di risparmio e concessione di credito. Non deve più essere possibile fare operazioni speculative e ad alto rischio col denaro dei depositanti. Il governo inglese ha già pronto un progetto, elaborato da una apposita commissione, che ha come punto centrale questa separazione.
Ma politicamente questa riforma ha possibilità di passare?
C’è e ci sarà una forte pressione politica a sostegno del cambiamento, a cominciare dagli Stati Uniti. Il movimento di opinione pubblica anti Wall Street è cresciuto, sono andati a protestare davanti alle ville dei miliardari. Dovranno tenerne conto.
In questa catena si possono salvare le banche ma far fallire gli stati?
Non credo. Il fattore politico anche qui interverrà pesantemente. Mentre la gente è costretta a ridurre i consumi e rischia di perdere il lavoro le banche non possono continuare ad agire come prima. È possibile ragionare su alcune soluzioni, inclusa quella di una ristrutturazione complessiva dei debiti sovrani, non solo della Grecia. Se le difficoltà persistono si potrebbe arrivare a una ristrutturazione, magari rimborsando solo parzialmente i debitori, il che adesso sembra un’eresia ma è successo frequentemente nella storia dei Paesi ricchi. Oppure allungando le scadenze o diminuendo i rendimenti. Una seconda strada è fare deliberatamente inflazione, per cui gli Stati continuano a pagare gli interessi sul debito, ma sono interessi svalutati. Verso questo stiamo già andando: negli Usa l’inflazione dall’1,5% sta arrivando al 4%. Sono ovviamente scelte che vanno governate e gestite con grande oculatezza, perché se l’inflazione sfugge di mano, la gravità dei problemi aumenta rapidamente.
L’attenzione si è incentrata da alcune settimane sul cosiddetto fondo salva Stati, l’Efsf. Può davvero essere questo lo strumento che consente di "passare la nottata"?
Tecnicamente sì. Basta comprare i titoli greci e la cifra non è neanche altissima. Ma se scoppia qualche altra emergenza, tipo l’Italia, allora potrebbe non bastare più.
Proprio l’Italia. Basterà la manovra estiva a salvarci?
Direi proprio di no. È una manovra fatta solo di tagli. Servono riforme vere a cominciare da liberalizzazioni e semplificazione amministrativa.
L’Italia in prospettiva dovrà anche affrontare il progressivo taglio del debito, deciso dall’Europa, da 120% a 60% del Pil...
Se un paese fa una manovra credibile e dimostra di essere impegnato in una strategia di riforme, avrà anche meno bisogno di tagliare il debito. Se ho il mio bilancio in pareggio i mercati ne prendono atto.
Dire che bisogna rivedere a fondo le regole del capitalismo finanziario e che in quattro anni si è girato intorno al problema senza affrontarlo è essere dei pericolosi sovversivi o è solo buon senso?
È assolutamente buon senso. Questo capitalismo finanziario non si è dato nessuna regola, vuol fare ciò che vuole senza nessun controllo. Così non si va verso soluzioni stabili. In Europa è probabile che qualcosa si muova, che alla separazione delle attività bancarie suggerita dagli inglesi si possa arrivare. Magari sotto la supervisione di un’unica autorità di controllo europea. Ma serve una politica capace di assumersi le sue responsabilità e di imboccare la strada di riforme forti.


"Riforme urgenti, serve discontinuità"
Anche la cooperazione ha sottoscritto il documento delle associazioni d'impresa

C'è anche l’Alleanza delle cooperative italiane (che comprende Legacoop, Confcooperative e Agci), tra le sigle che hanno sottoscritto, assieme a Confindustria, Rete imprese Italia (che unisce Confcommercio, Cna, Confesercenti, Confartigianato), Abi (Associazione bancaria) e Ania (Associazione imprese assicuratrici), il "Progetto delle imprese per l’Italia," un vero e proprio manifesto di interventi e riforme (da quella delle pensioni a quella fiscale con l’introduzione di una imposta patrimoniale) cui si è chiesto al governo di mettere urgentemente mano, con evidenti segni di discontinuità sul passato, per rilanciare il paese in questa difficilissima fase.
Nel preambolo del documento, è chiaramente indicato che "l’Italia si trova davanti ad un bivio. Può scegliere tra la strada delle riforme e della crescita in un contesto di stabilità dei conti pubblici o, viceversa, scivolare ineluttabilmente verso un declino economico e sociale. Per questo le imprese hanno deciso di lanciare una proposta che indichi a tutti pochi punti essenziali di forte discontinuità. Da troppo tempo l’Italia non cresce. Da troppo tempo le nostre imprese perdono competitività". "Oggi – si legge ancora - il tempo si è fatto brevissimo. Ciò impone scelte immediate e coraggiose" poiché è "in gioco più della credibilità del Governo e della politica. Sono a rischio anni e anni di sacrifici".
I firmatari precisano che non intendono certo "sostituirsi ai compiti che spettano al Governo, alla politica, a chi rappresenta la sovranità popolare. Avvertiamo però l’esigenza di non limitarci alle critiche, ma di indicare all’attenzione di tutti alcuni punti assolutamente prioritari" che sono: 1) Spesa pubblica e riforma delle pensioni, 2) Riforma fiscale, 3) Cessioni del patrimonio pubblico, 4) Liberalizzazioni e semplificazioni, 5) Infrastrutture ed energia.
Commentando la presentazione de documento, il presidente di Legacoop, Giuliano Poletti, ha detto: "Credo sia doveroso sottolineare che questo documento, che affronta cinque questioni individuate come prioritarie per un rilancio del Paese, costituisce un approdo significativo di un percorso di collaborazione tra le più rappresentative organizzazioni imprenditoriali che si è avviato e sviluppato nel corso di questi ultimi dodici mesi".
"Non è stato certo facile" - ha proseguito Poletti - "trovare omogeneità e condivisione su temi complessi che spesso, in passato, avevano fatto registrare posizioni anche divergenti delle diverse organizzazioni del tavolo; il fatto che si sia comunque giunti a questo risultato testimonia di uno spirito di coesione e di assunzione di responsabilità che crediamo indispensabile per affrontare le emergenze del Paese e del quale, come Alleanza delle Cooperative, siamo convinti promotori".
"Il documento" ha concluso il presidente di Legacoop- "è un appello al Governo, al Parlamento, alle forze politiche e alle parti sociali; a tutti quelli che, realmente consapevoli della gravità della situazione, siano disponibili ad impegnarsi per fare le scelte necessarie a dare una prospettiva al Paese ed alle nuove generazioni.



Il vocabolario della crisi economica e finanziaria

Abbiamo scelto alcune tra le parole chiave usate per raccontare le vicende della crisi economica e finanziaria, diventate ormai comuni nei notiziari e sui giornali. Si tratta di termini tecnici, a volte davvero complicati, di cui molti lettori ci hanno scritto di non comprendere il significato. Ecco un mini vocabolario che speriamo sia di qualche aiuto:
Agenzie di rating
Le agenzie di rating (le tre principali, tutte Usa, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings). sono soggetti privati che esprimono un voto in lettere in base al quale viene stabilita l’affidabilità e dunque il livello di rischio di prodotti finanziari, titoli, ma anche di enti pubblici e Stati sovrani. Tendenzialmente, scendere nel rating (il termine tecnico è downgrading), produce l’effetto, per quel paese, di dover pagare tassi di interesse più alti agli investitori affinché acquistino ancora i titoli del debito pubblico.
Durante l’estate Standard & Poor’s ha degradato sia gli Usa (passati dalla tripla AAA che è il voto massimo, ad AA+) che l’Italia (scesa da A+ ad A). L’Italia è poi stata retrocessa anche da parte di Moody’s, da Aa2 ad A2 e da Fitch, da AA ad A+. In questi anni, le agenzie di rating sono state oggetto di dure critiche per i conflitti di interesse ed i legami con le grandi banche d’investimento e il mondo della finanza. Ricordiamo che al momento del fallimento della banca Lehman Brothers, nel 2008, lo stesso istituto aveva da tutte le agenzie un rating di massima affidabilità.
Credit crunch
È un altro dei rischi evocati (e da molti atteso come inevitabile) in questa fase. Il credit crunch è una stretta creditizia, cioè una situazione in cui le banche riducono drasticamente la disponibilità a effettuare prestiti o comunque rendendo più rigidi e rigorosi i criteri di concessione del prestito. Dunque il rischio di un credit crunch spaventa tutti quanti (imprese o privati cittadini) hanno la necessità di richiedere un finanziamento presso un istituto di credito. È un po’ la situazione che si sta verificando in queste settimane, nelle quali i mercati dell’Eurozona sono in grande difficoltà: gli istituti di credito hanno reagito irrigidendo i criteri di accesso al credito e dunque diminuendo la liquidità nella zona Euro. Ciò dipende dalla crescente sfiducia tra le banche stesse, poco propense a prestarsi denaro l’un l’altra e dall’aumento complessivo degli spread. Sulle banche italiane pesa il fatto di detenere buona parte (circa 700 miliardi) dei titoli del debito pubblico italiano, ma anche alcune banche francesi subiscono il fatto di detenere una larga fetta del debito greco. Da segnalare il caso della banca franco-belga Dexia, salvata con soldi pubblici a metà ottobre, che per quattro anni (dopo il 2008) ha nascosto di avere ancora mutui sub prime e altri titoli "spazzatura" in portafoglio, per oltre 90 miliardi di euro. E così, in questo balletto di diffidenze reciproche tra banche, a pagare il conto rischiano di essere anche le imprese piccole e grandi.
Credit default Swap
I Credit default swap (CDS) sono speciali polizze che permettono agli investitori, pagando un premio, di assicurarsi contro determinati rischi, come ad esempio il crack di una impresa o anche di uno Stato. I Cds sono strumenti comprati e venduti al di fuori di ogni controllo delle autorità. L’andamento delle quotazioni dei Cds può però influenzare pesantemente i mercati. Secondo stime dell’agenzia americana Dtcc, esistono poco meno di 10 mila contratti Cds legati al debito italiano per un valore di circa 229 miliari di euro. Secondo il Sole 24 Ore, a metà ottobre, il rischio di insolvenza dell’Italia, espresso dal premio che si paga sui Cds, viaggiava intorno ai 500 punti. La traduzione matematica di questo premio indica cioè una possibilità di default dell’Italia tra il 30% e il 35%. Dunque alla pari di paesi come Argentina, Equador e Libano, che hanno un rating delle agenzie ben peggiore di quello italiano.
Ad acquistare Cds possono essere non solo operatori (per stare al caso italiano) realmente titolari di titoli emessi dal nostro Governo, ma anche soggetti interessati solo a compiere una operazione speculativa e a ricavare un guadagno pur non possedendo beni o titoli legati all’oggetto della loro assicurazione.
Hedge found
Gli hedge found sono fondi speculativi nati negli Stati Uniti negli anni ‘50, che hanno avuto uno sviluppo fortissimo negli anni recenti. La legge Usa prescrive che gli investitori, per entrare in un hdege found, abbiano un patrimonio di almeno un milione di dollari. I fondi speculativi hanno l’obiettivo di produrre utili attraverso investimenti singolarmente ad alto rischio, ma con possibilità di ritorni molto fruttuosi. Questi soggetti economici spesso utilizzano valori della leva finanziaria assai elevati, anche superiori a mille ossia, l’indebitamento finanziario netto di un hedge found è spesso mille volte superiore al suo patrimonio netto.
Per dare un’idea della logica speculativa con cui operano gli hedge found, è da ricordare che secondo il New York Times, questi fondi avrebbero fatto incetta di svalutatissimi titoli greci (pare per 40 miliardi di euro). Questi titoli, svalutati dal timore di un default, sarebbero stati comprati a prezzi intorno ai 36 centesimi per ogni euro di valore nominale. La scommessa degli Hedge è che, come i mercati sembrano ritenere probabile, se si arrivasse a un default programmato (cioè a una ristrutturazione del debito greco) questi titoli potrebbero essere rivenduti a 70 centesimi di euro, cioè al doppio di quanto sono stati pagati. Una conferma che anche nei momenti più drammatici ci può essere qualcuno che prova a guadagnare sulla pelle delle famiglie greche.
Leva finanziaria
La leva finanziaria nel settore bancario è in genere definita come il rapporto tra capitale netto dell’istituto e il totale delle attività. Una leva pari a uno esprime quindi una situazione di coincidenza tra ammontare investito e capitale proprio, ovvero ho a disposizione 100 e 100 investo. Nel sistema finanziario degli ultimi anni l’effetto leva è cresciuto a dismisura, nel senso che, spesso si effettuano investimenti molte volte superiori al capitale proprio (ho a disposizione 100 ma investo 10.000). Per far questo si chiedono soldi in prestito (ad altri) mettendo di fatto sotto stress la propria capacità di restituire il debito. Ovviamente la qualità degli investimenti effettuati è decisiva e in fase di profonda crisi dei mercati, con cali consistenti sia dei valori azionari ma anche dell’affidabilità di determinati titoli pubblici, il rischio di una situazione in cui tutti vogliono rientrare dagli investimenti (o chiedono indietro i soldi prestati) è drammatica.
Finanza "ombra" over the counter
Con la complicità di una politica sempre più remissiva i mercati finanziari sono cresciuti in modo abnorme. Trenta anni fa le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: cioè per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Ma ancora più grave è la situazione se si considera il sistema finanziario "ombra", quello dei prodotti (come i Cds) trattati, come si dice Over the counter (letteralmente sul banco) e quindi al di fuori dei controlli e delle regolamentazioni dei mercati ufficiali. Nel 2007 l’ammontare di questi derivati trattati "over the counter" era stimato per un valore pari a 12,6 volte il PIL del mondo.
Spread
Parola diventata riferimento costante degli ultimi mesi. Letteralmente lo spread è lo scarto, ovvero il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da un rischio maggiore e quello di un titolo privo di rischio (ad es. un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il Btp). Ad esempio se un BTP italiano con una certa scadenza ha un rendimento del 7% ed il corrispettivo Bund Tedesco con la stessa scadenza ha un rendimento del 3% allora lo spread sarà di 7-3=4 punti percentuali ovvero 400 punti base. È allo stesso tempo una misura del rischio finanziario associato all’investimento nei titoli di Stato essendo rischio e rendimento strettamente legati da relazione di proporzionalità. Sino a prima dell’estate lo spread tra titoli italiani e tedeschi viaggiava al di sotto dei 200 punti base. Con l’esplosione della crisi, da agosto in poi, lo spread ha viaggiato quasi sempre oltre i 300 punti base, superando in diversi casi i 400. Avendo l’Italia emesso titoli di debito pubblico pari a circa 1.500 miliardi, dover pagare un tasso di interesse superiore anche di un solo punto, significa una maggior spesa per lo Stato di circa 15 miliardi di euro in un anno.
_________________
Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
Profilo Messaggio privato HomePage
 
 MessaggioInviato: Dom Nov 20, 22:16:10 Adv
Messaggio
  Adv









Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum » Spilli ed appunti

Pagina 1 di 1
Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora

Mostra prima i messaggi di:

  

Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Puoi segnalare post ai moderatori in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi downloadare files da questo forum


Agire


Amici...di... topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2009
Macinscott 2 by Scott Stubblefield