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Mivar, il bracco che morì di felicità
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 MessaggioInviato: Ven Nov 07, 07:11:01  Mivar, il bracco che morì di felicità
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  nuvolotta

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Mivar, il bracco
che morì di felicità
Aveva l'aria bastonata di un disoccupato in sciopero quando lo incontrammo la prima volta sotto le ultime luci soffuse di un anno che stava per finire. In mezzo alla strada come un vero randagio, stava seduto sconsolato sotto la pioggia battente.
di Mario Pasquini


Mivar, il bracco che morì di felicità
Aveva l'aria bastonata di un disoccupato in sciopero quando lo incontrammo la prima volta sotto le ultime luci soffuse di un anno che stava per finire. In mezzo alla strada come un vero randagio, stava seduto sconsolato sotto la pioggia battente. Fui il primo a scendere dalla Porsche e ad incontrare i suoi occhioni blu pieni di tristezza. A poca distanza, oltre il fosso che correva parallelo all'asfalto, una casa di campagna con i portoni chiusi, un faro che ne proteggeva l'oscurità e poi la periferia della città fatta di silenzi smorzati ogni tanto da qualche auto in corsa.

Era stata la ragazza di mio figlio a indicare qualcosa sotto l'ultimo lampione, e la brusca sterzata di Dave l'aveva salvato, con qualche rischio di finire sotto le ruote. Un vero ubriaco non si sarebbe trovato in un posto così al momento sbagliato, aveva commentato con la sua voce dolce Evelina, che stava per festeggiare il suo diciottesimo anno di vita, allo scoccare della mezzanotte. Comunque noi ti perdoniamo aggiunse, mentre lo prendeva amorevolmente per le zampe caricandolo svelta tra i piedi di Dave e le sue lunghissime gambe. E tutto fradicio si infastidì mio figlio che amava la perfezione dappertutto, appiccicoso e puzzolente.

Difatti, ha il colore della puzzola rise la ragazza dagli occhi verdi. Deve essere un bracco tedesco, suggerii mentre lo accarezzavo per la prima volta, ritirando subito la mano bagnata. Chissà che freddo avrà. Evelina si impadronì d'un pacchetto di kleenex e cominciò a strofinargli il pelo inzuppato. Sai dirmi come ti chiami? domandò amorevole. No? te lo daremo noi un nome; non è vero Aldo? Mivar mi uscì all'improvviso, senza pensarci. Avevamo una tv a quel tempo che faceva le bizze cogliendoci di sorpresa con un'improvvisa morte apparente Il tecnico arrivava in camice bianco, come ci aveva promesso al momento dell'acquisto, con una valigetta piena di valvole e la speranza alla fine di trovare quella giusta che la mettesse ancora una volta in moto. L'audio ruggiva come un leone a digiuno ma aveva un bellissimo video che la salvava all'ultimo momento dall'essere buttata dalle scale.

Il cucciolo mi guardò per la prima volta, con la coda in movimento. Non staccartela dissi, non è il caso. Sei tra amici, animalisti di vecchia data. Gli feci una carezza e lui sbadigliò rabbrividendo di piacere. Forse ci ha capiti. Guardai i ragazzi cercando di interpretare la risposta che non veniva. Lo portiamo a casa, dissi compiaciuto. E gli altri cinque? Li vendiamo a peso, o sottocosto?
Nessuno al mondo spenderebbe una lira per i nostri bastardi, commentò Dave serio. Non obbiettai. La mamma si era innamorata di un chiwawa, due chilogrammi elettrizzanti immagazzinati in meno di trenta centimetri di pelo marrone, liscio e morbido come quello di un topo. Mentre stava pagando il portatore, un ragazzo smilzo con gli occhi ancora imbambolati dal sonno che aveva fatto la consegna, aveva chiesto come si chiamasse. In casa lo chiamavamo Ceppo. Non mi piace, aveva ribattuto e si era fermata con lo sguardo dentro l'orto dove nella brezza mattutina stavano cullandosi i fiori bianchi dal cuore giallo che si dicevano di Sant'Antonio.

Ti va bene Giglio? aggiunse, tornando al cane. Quello si era sintonizzato quasi subito. Aveva scosso un po' la testa starnutendo un paio di volte, prima di afferrare. Poi, dando due colpi di coda nella polvere, si era deciso ad annuire a modo suo, con una serie di starnuti, intorno alle scarpe delle nuova padrona.

Mivar, il bracco che morì di felicità
In compagnia della mamma si era trovato subito a suo agio cominciando a seguirla nei suoi itinerari che si prolungavano fino a raggiungere un torrentello, pieno di curve, che divideva le nostre terre, ombreggiato da un gruppetto di querce. A tempo perso, nel giro di qualche anno avevo eretto un capitello che ospitava una madonnina di gesso. Entrambi, si sedevano pazienti sull'erba sempre fresca, e mentre la mamma raccontava i suoi segreti, a quegli occhi azzurri e imploranti che fissavano la pianura, finendo le sue giaculatorie, il chiwawa si addormentava senza sogni al delizioso canto delle allodole, pago del suo ruolo di accompagnatore.
In casa, vicino a mia madre, un posto d'onore su una seggiola di vimini tutta per lui. Ai suoi piedi un piatto di ceramica con i migliori bocconi ai primi mugolii di richiamo. Malgrado il suo poco confortevole russare, era riuscito a salvarsi un posto d'onore, ai piedi del gran letto matrimoniale.
Ma era un ingordo e continuava a ingrassare andando fuori peso. Ormai invecchiato con la malattia di addormentarsi in qualsiasi momento, era caduto dal divano procurandosi una vistosa ernia inguinale. Fu a quel tempo che conobbe Mivar, diventando geloso e pieno di smanie, forse per l'improvvisa paura di perdere quel terreno che si era conquistato con tanta diplomazia canina. Un trovatello che parcheggiava sulla ferrovia, incurante del pericolo che stava correndo, l'avevo portato a casa io. Docile come un agnellino, col solo vizio di pisciare contro ogni ruota che trovava ferma nel raggio di cento metri. Non mangiava galline e manco si curava di fare la guardia a qualcosa. Stava sotto il sole da mattina a sera aspettando che le ruote di unauto si fermassero nei paraggi. Che cos'hai, la prostata? ripeteva di continuo mio nonno che non lo vedeva di buon occhio, classificandolo subito un perfetto fannullone. Quel cane bastardo si attacca a un sacco di cose, commentò mio padre un giorno che stava andandogli tutto di traverso. E' come il mastice per aggiustare le camere d'aria delle biciclette.

Così, si era conquistato un nome vero e proprio senza saperne gran che. Rivelatosi scavezzacollo, aveva trascorso un'esistenza travagliata da bastonate raccolte durante le sue escursioni amorose incappando più volte tra le mani di qualche disgraziato, finché un giorno se nera tornato a casa con lo scroto spellato e un barattolo da conserva che racchiudeva i testicoli sanguinanti. Paziente, era rimasto tutta l'estate a rifarsi la pelle su una montagnola di sabbia all'ombra di un pero centenario. In autunno era ripartito di nuovo in cerca di altre avventure con una borsa color del granito. Un vero capolavoro della natura che non dimentica mai nessuno o, per lo meno, i più encomiabili. Ottenne da noi un sincero apprezzamento con un seguito di vaghi commenti. Un vero guardiano di mucche, si accucciava in mezzo alla paglia aspettando che mio padre gli versasse un po' di latte appena munto. Dopo lo accompagnava in fondo alla piana sul sentiero polveroso, trotterellandogli a fianco fino all'imbocco della statale e la si sedeva ad attendere il suo ritorno dal caseificio col sole ormai alto.

Morì l'anno dopo con un osso di pollo impigliato nell'esofago, tra le mani del veterinario. Non ci pianga disse, vedendomi col broncio, ha finito di soffrire. Di cani, basta guardarsi in giro, ce ne sono a centinaia: bastardi, ladri di galline, e molti anche cattivi. Pochi si salvano per meritarsi un fiore E poi, era arrivata Luxuria, una cagnetta meticcia dall'aspetto trasandato. Il mantello bianco e nero tipico dei bastardi, mogia e gravida quasi pronta a scodellare la sua refurtiva.


Mivar, il bracco che morì di felicità

Una traviata, cui la vita non aveva ancora dato qualche soddisfazione, a giudicare dal modo come ti guardava negli occhi, con quei suoi ceruli laghetti fondi, quasi diversi l'uno dall'altro. Era stata quel genio di mia madre a chiamarla così ritenendola soltanto una poca di buono. Una meretrice sotto tutti gli aspetti: così la presentava alla gente in cerca di ombra che passava dalle Campanule nei giorni di festa.

Una mattina l'avevamo trovata contenta come una pasqua in fondo al fienile a leccarsi tre cuccioli che non le assomigliavano per niente, tanto erano brutti, pelosi e ingordi del suo latte. Ho letto «Cani perduti senza collare». Un libro affascinante che descrive il recupero di tanti ragazzi sbandati, commentai ai primi tocchi della mezzanotte che si perdevano per la campagna invernale. Il mio è un sacrificio minore. Buon anno e buon compleanno a te, Evelina. Con una stretta di mano da parte di entrambi, i ragazzi mi augurarono tutto il bene del mondo per il millenovecentottanta. Come vuoi tu disse mio figlio conciliante. Poi, con un occhio alla strada, baciò al volo occhi verdi. Io presi in braccio Mivar che, malmesso, guaì cercando il mio naso.

Sei disgustoso, lo ammonii prendendo il fazzoletto. Si era preso il lusso del primo colpo di lingua trovandomi la bocca aperta. Non potevo sputare dentro la Porsche senza rischiare un processo per direttissima, perciò mi soffiai il naso strofinandomi più volte il posto contaminato. I cani portano fortuna, disse Evelina cogliendo il mio disgusto con la coda dell'occhio, potrebbe essere messaggero di qualcosa! Vogliamo crederci fino in fondo? chiesi ad alta voce. Ha detto che farà tutto il possibile per conquistarsi affetto, simpatia e amore. Deve soltanto organizzarsi.
Non è così? risi felice, mentre lo coccolavo. C'era già intesa tra noi. Nello sguardo e in quel pezzo di coda che faceva ballare a tempo di rock. Non ti ha pure detto che l'hanno abbandonato di proposito perché è un lazzarone? mi contrastò Dave mentre si accendeva una sigaretta per poi lasciarla alla sua fiamma dai capelli rossi. Mi sta informando nel suo confuso linguaggio che un bambino spaventato dalla civetta mentre si guardava in giardino il suo alberello natalizio è scappato in casa chiudendolo fuori. E credo sia l'unica verità.

La discussione finì lì, sulla strada che portava alle Campanule il primo giorno di un nuovo anno. Mivar si era addormentato raccogliendosi tutto, così da sembrare una palla da rugby: la coda tra le gambe, le lunghe orecchie afflosciate, lo sguardo spento velato da una malinconica espressione da far tenerezza. Il mio cuore l'aveva già conquistato e lo sapeva, quel vagabondo, e forse stava già sognando chissà quali paradisi di sua conoscenza con un nuovo padrone..
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Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
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