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Una stagione da pulcino
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 MessaggioInviato: Ven Nov 07, 07:21:03  Una stagione da pulcino
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  nuvolotta

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Una stagione
da pulcino
Forza, scendere! Spingete che siamo senza benzina Eravamo io e il Bone, sulla Renault 4 caffélatte del professor Zuccati. La macchina aveva prima borbottato, come in preda ad un eccesso di tosse, poi si era zittita finendo la corsa, con le ruote...
di Bebino

Una stagione da pulcino
di Bebino
Forza, scendere! Spingete che siamo senza benzina Eravamo io e il Bone, sulla Renault 4 caffelatte del professor Zuccati.
La macchina aveva prima borbottato, come in preda ad un eccesso di tosse, poi si era zittita finendo la corsa, con le ruote che dentro l'abitacolo sembravano cigolare sulle rotaie, al margine della banchina.
Non transitabile.

L'uomo al volante era il factotum (allenatore, dirigente, accompagnatore) della nostra squadra dei pulcini, e continuava a smanettare con la leva orizzontale del cambio di quella vettura nemmeno si trattasse della cloche di un aliante impazzito.
Nel portarci a casa, uno dei tanti pomeriggi dopo gli allenamenti, eravamo rimasti a piedi.
Ci mancava poco alla bottega di Tonino, il barbiere, nostro punto di ritrovo.
Praticamente era casa mia, mentre il Bone doveva sfacchinarsi un altro chilometro in bici.
Neve, sole, pioggia o tempesta.
Eravamo scesi da quel rottame puzzolente.

In effetti Zuccati, insegnante di matematica alle scuole medie, ci ammucchiava dentro qualsiasi cianfrusaglia.
Senza badare all'igiene.
E a noi, adolescenti ruspanti, la cosa non faceva di certo ribrezzo.
Quando infilavamo le borse nel baule non era raro trovarci canne da pesca, attrezzi da giardino, vecchi stivaloni di gomma lerci di fango, utensili e sacchi dellimmondizia.
Qualche volta addirittura galline e lepri, una volta due lucci e una carpa ancora nel cestello.
Spingemmo ondeggiando il ferrovecchio, su cui fiorivano macchie di ruggine grosse come orchidee, fino alla pompa del meccanico, mio zio.
In cinquecento metri di strada il nostro trainer aveva tirato giu dal cielo santi e madonne, con quel suo vernacolo colorito.
Ce l'aveva con l'indicatore livello carburante (che non aveva mai funzionato, secondo me) sputando lapilli di saliva in ogni direzione.
Anche questa era una sua caratteristica peculiare.

Quando sedeva in panchina, in preda alla trance agonistica, dovevi stargli alla larga altrimenti rischiavi la doccia anzitempo.
Il professor Zuccati alternava momenti di grande umanita, specie nei tragitti da casa agli allenamenti oppure alle partite del sabato pomeriggio, ad una irascibilita improvvisa e devastante quando le cose in campo non funzionavano a dovere, quando i suoi pupilli non davano lanima per la squadra.

Una stagione da pulcino


Diventava paonazzo, urlava e man mano la voce gli si affusolava come in un fischio acuto, gli occhi e le guance si gonfiavano nemmeno fosse alimentato ad Elio e immancabilmente, oltre a schizzare liquido dalla bocca, toglieva il cappello sbattendolo per terra e scoprendo la zucca pelata, al cui centro una piccola chiazza di irti peli grigiastri si ergeva ribelle.
Ci veniva a prendere due volte alla settimana: il martedi e il giovedi alle tre precise.

Il Bone, all'anagrafe Luciano, era un amico d'infanzia.
Avevamo fatto le elementari assieme e anche alle medie stavano nella stessa classe.
Vivevano (genitori piu cinque tra fratelli e sorelle) in un caseggiato diroccato nel mezzo della campagna.
A malapena cavevano tirato la corrente elettrica, la in fondo.
Il telefono neanche a parlarne.

Arrivava sempre trafelato, sbatteva la bicicletta nel corridoio tra casa mia e il negozio di Tonino. La scaraventava contro il muro senza il minimo riguardo.
Il barbiere non diceva nulla, non gli dava fastidio. Usciva, sulla soglia, a salutarci quando non aveva gente in bottega. Impeccabile nel suo grembiule bianco, forbice e pettine tra le mani, baffo grigio e capello impomatato.

E poi con Tonino io avevo un rapporto stretto.
Andavo quasi ogni giorno da lui a leggermi Topolino (aveva l'abbonamento a Mondadori) e spesso mi regalava barattoli di brillantina Linetti, cosi bianca e profumata, da usare alle prime festicciole con le amichette.
Luciano, piccolo, moro, faccia furba e carnagione scura con lodore muschiato di chi e allergico al sapone, era un'ala sinistra. La piu forte che io abbia mai visto giocare. Non mollava la palla nemmeno a pregarlo, ma se si trattava di scartarlo c'era da sudare freddo. Era veloce e preciso, faceva scomparire il pallone tra le gambe, aveva un dribbling ubriacante. Forse era troppo egoista, ma paragonabile al mitico Garrincha.

Io giocavo a destra, avevo piu liberta di movimento.
Mentre il Bone era solo mancino, io ero ambidestro e soprattutto con un tiro micidiale. Di testa invece ero un brocco. Per questo Zuccati mi metteva sempre all'attacco, ma mai centravanti. Di solito mezzala.

Lasciava qualcun altro a fare il lavoro sporco, che poi tra pulcini di dodici anni non e che ci sia tutto questo gran tatticismo.
Volavano botte e calci, spesso al centro del campo si formavano sciami di ragazzetti alla rincorsa del pallone, incuranti della posizione e delle urla del mister.
Comunque io stazionavo la, oltre il cerchio di centrocampo, e quando vedevo lo specchio della porta avevo ordine di calciare forte, di destro, piu preciso che potevo.

Soprattutto mi piaceva far bella figura. Specialmente quando giocavamo in casa, perche sapevo che sugli spalti avevo dei tifosi. E forse qualche ammiratrice.
Il nostro campetto, omologato per sette giocatori, stava giusto di fronte a casa di mia zia. E siccome era la sorella di mio padre, e molte volte veniva coi suoi figli (i miei cari cuginetti) a casa nostra, mi premeva essere apprezzato. Forse anche io passavo poco, ma in fondo di gol ne facevo tanti e alcune partite le bbiamo vinte grazie alla mia ingordigia.

Di solito giocavamo in piccoli centri sportivi di provincia, oppure alla periferia della citta. Le reti esterne pullulavano di genitori urlanti, ognuno impegnato a seguire la personale vicenda del proprio figlio. I miei, invece, non venivano mai.
Questioni di lavoro.
Ma nemmeno i genitori del Bone si sono mai fatti vedere. Loro non avevano neppure la macchina, a quel tempo. Ci facevamo compagnia a vicenda, eravamo meno stressati. Diciamo che la figura del nostro padre putativo la faceva il professor Zuccati.

Poi passarono le stagioni: io continuai in altre squadrette finche mi stancai di ritrovarmi gli stinchi lividi a furia di calcioni, mentre il Bone prese altre vie.
Purtroppo erano vicoli ciechi. La sua carriera, assieme alla sua giovane vita, termino un tragico sabato notte che diluviava contro un platano della statale. Mi rimarra il rammarico di non essere potuto andare al suo funerale. Ero a trecento chilometri da casa, e quel pomeriggio montavo di guardia.

Chi è l'autore
Bebino, alias Matteo Ongari, nasce a Mantova il giorno di San Giuseppe, primo Maggio 1969. Spegne malvolentieri la sveglia tutte le mattine alle sei in punto. Va al lavoro pedalando nella quiete di Torricella, frazione mai abbandonata.
Ha speso tre lustri del suo esiguo tempo libero schiacciando palloni in tristi e polverose palestre di provincia.
Ragioniere, camionista e bagnino, mugnaio per discendenza, lavora lamentandosi. Oggi scrive racconti, aneddoti e altre storie, anche ose, che pubblica sul suo sito bebino.blog. deejay.it e in Parliamone, rivista d'arte.


Tre suoi racconti sono presenti nel volume «Torricella, il nome e il come», quattro fanno parte delle istant-anthology pubblicate dalla Giulio Perrone editore e uno e presente nella antologia a scopo benefico promossa da Scritture Dannose «per Natale non esco» (www.pernatalenonesco. it) edita da Transeuropa. Non rinuncerebbe mai alla pennichella sul suo divano..
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Una morbida nuvolotta.... di zucchero filato alla fragola e limone
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